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In data 04.04.07
Gianpaolo Silvestri
Senatore della - XV Legislatura
Anno 4
Edizione Aprile 2007
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Guerra & Acqua
Ritorna d’attualità il dettame evangelico “dar da bere agli assetati”.
Anche se il pianeta è ricoperto d’acqua per più del 70% della sua superficie,
la quantità di “acqua dolce” è stimabile in circa il 2,5% del totale, con una
distribuzione assai diversificata nelle varie aree della Terra. Si calcola che
circa il 40% della popolazione mondiale (ad oggi 2,5 miliardi di persone) viva in
80 paesi classificati come aridi o semiaridi, con un’esponenziale crescita che porterà
entro la seconda metà del XXI secolo la percentuale al 65%.
L’acqua continua a rimanere vitale ed insostituibile: esigenze biologiche e
sanitarie, irrigazione dei campi, necessità industriali in aumento vertiginoso -
basta pensare ai paesi emergenti, Cina ed India in primis - ed un continuo spreco!
Alcuni esempi: per costruire un autoveicolo del tipo Panda consumiamo 150.000 litri
d’acqua, 40.000 per ottenere una tonnellata di carta, 29.000 per fare un chilo di
cotone, 20.00 per una tonnellata di carne….(devo questi dati ed altre preziose
informazioni all’ottimo libro di Giuseppe Altamore “Acqua SpA” ).
E’ quindi ovvio che l’acqua stia diventando bene raro, prezioso ed in quanto tale,
proprio come il petrolio, causa di conflitti. Facile oracolo il prevedere che le
prossime guerre saranno appunto per l’acqua. La Banca mondiale ha valutato che
l’acqua di 263 bacini fluviali (dal Nilo al Mekong) raprresenta un grave fattore
di crisi con possibilità di apertura di conflitti bellici. Non irrilevante il fatto
che questi bacini coprono il 45% delle terre emerse con circa il 40% della popolazione
mondiale.
Le risorse idriche sono sempre più preziose e l’acqua, specie dove scarseggia,
è una vera arma politica. Già le armi hanno parlato. Un esempio per tutti: nel 1964
lo stato di Tel Aviv bombardò la diga in costruzione sul fiume Yarmuc (un affluente del
Giordano, in Giordania), per prevenire possibili riduzioni della portata del fiume biblico;
sempre Israele, dopo avere occupato le alture del Golan in Siria, si aggiudicò
il controllo di tutto il bacino del Giordano superiore, con relative conseguenze
nella sua criminale politica verso i territori palestinesi occupati.
Altro motivo di conflitto è l’ormai notissimo progetto turco Gap: con esso si
canalizzerebbero le acque del Tigri e dell’Eufrate per favorire lo sviluppo
dell’Anatolia sudorientale; con il che Siria ed Iraq (specialmente quest’ultimo)
sarebbero private di milioni di metri cubi d’acqua. Certo, sino ad ora non vi è stato
un conflitto aperto per acqua; a questo hanno contribuito anche i circa 3600 trattati
internazionali stipulati dal 1805 al 1984 per la gestione delle risorse idriche ed i
157 trattati di cooperazione siglati negli ultimi 50 anni.
Il pericolo però, data la dicotomia scarsità ed esponenziale necessità, è serio.
Qualche cosa di positivo si muove ma la forte volontà di considerare l’acqua una merce
e di privatizzarla rischia di essere l’ultimo suicidio. L’Onu promosse nel 1977, a Mar
del Plata, la prima conferenza mondiale sull’acqua cui seguì il decennio mondiale
dedicato a tale preziosissimo bene (1981-1990).
Si puntava sul ruolo fondamentale dell’industria idrica con ricerca di nuove fonti,
innovazione tecnologica, reti fognarie, depurazione dei reflui, potabilizzazione.
In seguito, nel 2000, la Dichiarazione del Millennio, con cui ci si impegnava a
dimezzare entro il 2015 il numero di coloro privi di servizi idrici.
Impegno ribadito al vertice sullo sviluppo sostenibile di Johnnesburg nel 2002.
In realtà, a tuttoggi, secondo le stime dell’Unesco, più di un miliardo di persone
non dispongono di acqua potabile e circa 2 miliardi e mezzo sono privi di servizi igenici.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato essere più di 2 milioni e 200.000 i
morti l’anno per mancanza di acqua potabile mentre la diarrea colpisce ogni anno più di
4 miliardi di persone; il colera ha provocato oltre 90 epidemie dal 1996 ad oggi mentre
ogni anno le persone infette da tracoma e che perdono la vista sono 6 milioni. La causa
è sempre la non potabilità o mancanza d’acqua.
Parrebbe quindi che la questione sia semplicemente garantire il diritto all’acqua,
bene comune essenziale per la vita. Invece no: anche qui c’è chi crede (o vuole credere
e far credere) che sia il mercato il toccasana! L’organizzazione mondiale del commercio
ha inserito (con il pieno accordo di tutti gli altri organismi internazionali) i
servizi idrici tra le materie di competenza dell’Accordo generale sul commercio dei
servizi (Gats).
E’ stata la dichiarazione di Dublino del 1992 a fare da criminale apripista:
“L’acqua ha un valore economico in rapporto ai suoi usi e deve, dunque, essere
riconosciuta come un bene economico”, cioè, una merce.
Da allora il valore dell’acqua è determinato dal mercato che, ovviamente, ruba beni
comuni privatizzando. Anche in Europa e nel nostro paese è il mercato che guida le
scelte strategiche per affrontare le grandi questioni attinenti le risorse idriche.
C’è però chi dice no: nel mondo un vastissimo movimento ed, in Italia, anche l’impegno
del nostro governo a non ritenere l’acqua una merce e quindi a cassare i tentativi
di privatizzazione.
Dobbiamo vigilare come dobbiamo avviare una politica del territorio e del comparto idrico
che razionalizzi le risorse, combatta gli sprechi, sani i disservizi, abitui ad un consumo
intelligente. Magari iniziando a valorizzare la nostra acqua per bere e scoraggiare il
grande affare delle bottigliette minerali (consumo indottissimo e, davvero, ad un prezzo
che non ha senso).
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Autore: Gianpaolo Silvestri
Senatore della - XV Legislatura
Gruppo IU-Verdi-Com
Vicepresidente della 12ª Commissione permanente (Igiene e sanità)
Membro della 14ª Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea)
Membro della Commissione di inchiesta sul Servizio sanitario nazionale
Membro della Comitato parlamentare Schengen, Europol e immigrazione
Membro della Delegazione italiana presso l'Assemblea Consiglio d'Europa
Membro della Delegazione italiana presso l'Assemblea dell'UEO
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