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Articolo Ricevuto 14.01.07
Articolo Pubblicato 17.01.07
di Roberto Panzarani1

Anno 4
Edizione Gennaio 2007





L’innovazione e la globalizzazione

“Il futuro è già qui, ma non è distribuito uniformemente.”
William Gibson


Negli ultimi anni si è molto discusso sugli aspetti positivi e negativi della globalizzazione, non solo all’interno di ogni paese, ma anche in alcune manifestazioni mondiali, come quelle di Seattle, Washington e Praga dove decine di migliaia di persone protestarono, anche in maniera violenta, contro il WTO (l’Organizzazione mondiale dei commerci), il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Inizialmente le rivolte furono considerate un fenomeno isolato e irripetibile, ma successivamente tali proteste furono viste da molti come l'espressione di un movimento formatosi in difesa della qualità della vita intesa in tutti i suoi aspetti (dai diritti umani all'ambiente). Tali atteggiamenti contrastanti possono essere considerati fenomeni mondiali, che tentano di manifestare una resistenza politica verso i paesi più industrializzati nei confronti della globalizzazione.

I dubbi sulla globalizzazione rispecchiano anche questo nuovo stato d’animo: è indispensabile riconoscere come un’economia globale può, senza alcun dubbio, contribuire alla prosperità del mondo, ma è anche necessario considerare i vastissimi fenomeni di disuguaglianza e ingiustizia che la stessa causa a livello mondiale.

Di fatto, non esiste nessun vero conflitto tra il volere resistere a tale disuguaglianza e ingiustizia e il capire e assecondare gli aspetti positivi che le relazioni economiche, sociali culturali e globalizzate hanno in tutto il mondo. In realtà, è necessario sviluppare iniziative che possano armonizzare tale processo non solo a livello globale, ma anche e soprattutto a livello nazionale e locale, come sottolineato da Zygmunt Bauman, uno dei sociologi più conosciuti a livello internazionale, in un suo libro del 2005 “Globalizzazione e glocalizzazione”.

E’ importante anche sfatare il mito che la globalizzazione sia sempre sinonimo di America. Negli indici di audience delle tv cinesi e giapponesi è il campionato di calcio italiano che rivaleggia con il basket americano. La moda disegnata a Milano e Firenze detta legge almeno quanto i jeans e le Nike. L’Italia è a livello mondiale oramai sintomo di raffinatezza nell’arredamento delle case e nella gastronomia.

Basta passeggiare poche ore per le vie di Osaka e di Shanghai, di Hong Kong per aprire gli occhi di fronte a questo fenomeno: insieme con l’americanizzazione, l’Asia, il continente del futuro, subisce una evidente, irresistibile, clamorosa italianizzazione, definibile anche come globalizzazione dell’ “Italian way of life” e del “made in Italy”.

Gli esiti di una rivoluzione
Nella globalizzazione è implicita una certa complessità, come evidenziato da G. Bocchi e M. Ceruti che hanno curato il saggio “La sfida della complessità”, e la disinformazione su tale argomento induce timore in molte persone, innescando sentimenti di diffidenza.

Si sente spesso dire che la globalizzazione è una nuova follia. È attraverso gli spostamenti di idee, beni, persone e tecnologia che le diverse parti del mondo ricavano in genere dei benefici. Storicamente la direzione degli spostamenti di idee da una parte all’altra del mondo è variata secondo le epoche, ed è importante riconoscere questi cambiamenti di direzione.

Ma abbiamo anche situazioni di “immobilizzazione”. La ricchezza non è stata globalizzata; si è, in verità, concentrata solo in alcune nazioni. Durante gli anni Novanta, la distanza tra i più ricchi ed i più poveri è cresciuta da un rapporto di 60 a 1 ad un rapporto di 74 a 1.

Ma è anche vero che la percentuale di persone che vivono sotto la soglia di 1 $ al giorno si è dimezzata negli ultimi 20 anni. Inoltre, tra il 1950 e il 1999 il tasso di alfabetizzazione nel mondo è aumentato dal 52% all’81%.

Sono questi dati che emergono da un saggio del 2001 di Hernando De Soto “Il mistero del capitale. Perchè il capitalismo ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo”. Lo scienziato politico peruviano Hernando de Soto, esperto di politiche di sviluppo, si interroga sulla natura profonda del capitalismo e sulle ragioni della disuguaglianza economica; esamina le cause del successo del capitalismo, "l'unico modo fattibile di organizzare razionalmente un'economia moderna", nell'Occidente avanzato, e del suo fallimento nel Terzo mondo, nonostante quest'ultimo abbia provato ad applicare le ricette liberiste occidentali.

La globalizzazione è dunque un processo non ancora omogeneo, che necessita dell’impegno di tutti i paesi, come Paolo Savona, ricorda in un suo libro del 2004 “Geopolitica economica. Globalizzazione, sviluppo e cooperazione”. Bisogna essere pronti a “crescere insieme” sfruttando le risorse che ogni popolo ha a disposizione.

Ma quali effetti ha prodotto la globalizzazione nel mondo? In che modo le nazioni possono sfruttare la globalizzazione a proprio vantaggio?

Con l’avvento della globalizzazione, società un tempo a basso impatto ambientale stanno diventando ad alto impatto ambientale per due ragioni: una diretta, cioè l’innalzarsi degli standard di vita di alcuni paesi poveri, i cui abitanti aspirano a raggiungere lo stile di vita occidentale e una indiretta, cioè l’immigrazione, legale o illegale, dal Terzo al Primo Mondo, che fa aumentare la popolazione dei paesi ricchi.

Il problema demografico di gran lunga più grave per il mondo nel suo complesso non è l’alto tasso della crescita in Kenya, in Ruanda o in altri Paesi poveri del Terzo Mondo, ma piuttosto l’incremento complessivo dell’impatto umano sull’ambiente, dovuto all’aumento degli standard di vita nei paesi poveri e al fatto che molti individui di questi paesi emigrano in quelli ricchi e ne adottino lo stile di vita.

Un mondo in cui l’enorme popolazione del Terzo Mondo raggiungesse e mantenesse gli standard di vita tipici del Primo sarebbe insostenibile.

Le cose stanno cambiando rapidamente: la Corea del Sud, la Malesia, Singapore, Hong Kong, Taiwan e le Mauritius hanno già raggiunto quel traguardo o vi sono vicine; la Cina e l’India stanno compiendo grandi sforzi e avanzano rapidamente; i 15 paesi ricchi dell’Europa occidentale hanno appena accettato l’entrata nell’Unione di 10 paesi ricchi dell’ Europa orientale, proponendosi, in questo modo, di aiutarli nello sviluppo.

la crescita della popolazione determina una più intensa deforestazione, una maggiore produzione di sostanze chimiche tossiche, un aumento della pesca e così via.

Una delle dinamiche più preoccupanti è il problema energetico: l’uso dei carburanti fossili per la produzione di energia contribuisce fortemente alla creazione di gas serra; aumentare la fertilità del suolo usando concimi sintetici è controproducente poichè la produzione di questi ultimi richiede dispendio di energia; l’insufficienza di carburanti fossili fa aumentare il nostro interesse per l’energia nucleare, che suscita molte polemiche e preoccupazioni nel caso in cui si verifichi un incidente, infine desalinizzare il mare per risolvere i nostri problemi di scarsità d’acqua dolce è un procedimento che la penuria di carburanti fossili rende sempre più costoso.

Un altro aspetto da evidenziare è dato dal rischio di instabilità politica: nei paesi che hanno distrutto il loro ambiente e/o che sono sovrappopolati può capitare che i cittadini disperati, malnutriti e senza speranza incolpino il governo, ritenuto responsabile delle loro miserie o incapace di risolvere i loro problemi.

Nel caso in cui non cercano di emigrare, essi possono iniziare a combattere per il possesso delle scarse risorse: provocando una guerra civile.

La globalizzazione ha fatto si che i problemi di questi paesi devastati dal punto di vista ambientale e sovrappopolati, seppur distanti geograficamente, siano diventati anche i nostri.

Siamo abituati a credere che questo fenomeno sia a senso unico, cioè che si riduca all’invio dei nostri bei prodotti da ricchi (come Internet e la Coca Cola) ai Paesi poveri e arretrati del Terzo Mondo.

Ma la globalizzazione non è altro che un miglioramento delle comunicazioni tra le diversi parti del globo e della circolazione di una gran varietà di merci in entrambe le direzioni.

Di conseguenza, oggi le società sempre più interconnesse possono rischiare di crollare globalmente. Qualsiasi evento può causare conseguenze in tutte le parti del mondo.

Ad esempio, il caos politico nella remota Somalia ha avuto come conseguenza l’invio di truppe americane; quando la Jugoslavia e l’Unione Sovietica si sono sbriciolate, fiumi di rifugiati si sono riversati sui paesi europei e sul resto del mondo e quando nuove malattie si sono diffuse in Africa e in Asia, a causa di mutate condizioni locali, hanno fatto il giro del mondo.

È quanto emerge dall’analisi dell’ampia cornice di “Un mondo a rischio”, del 2003, di Ulich Beck, il disastro di Cernobyl, gli sconvolgimenti climatici, la manipolazione genetica e la minaccia del terrorismo ci hanno insegnato una cosa: che a essere globali ormai, oltre ai consumi e alle economie, sono anche i pericoli.

Da sempre le istituzioni nazionali hanno tratto la loro legittimazione dalla garanzia del controllo dei rischi: oggi, non possiamo invece prevedere a cosa andremo incontro noi e le generazioni a venire in conseguenza dello sfruttamento delle risorse, delle nanotecnologie, delle manipolazioni genetiche.

Diventa cosí necessario ripensare l'idea di politica, il modo di intendere la sovranità degli stati, il concetto stesso di globalizzazione economica perché la condizione di crescente insicurezza rende precaria ogni promessa di benessere.

Sarebbe auspicabile adottare una visione a lungo termine, ossia sarebbe necessario prendere decisioni risolute, audaci, lungimiranti (e a volte anche dolorose), che consentono di individuare un problema nel momento in cui diventa percepibile.

Il governo della Cina ha limitato la tradizionale libertà di scelta riproduttiva individuale, prima che i problemi demografici sfuggissero di mano. Molte società presenti e passate sono riuscite a mettere in discussione i loro valori fondamentali, nonostante si sia trattato di un processo doloroso e difficile.

Vivere in un mondo eterogeneo
Si chiama “camarosa” ed è la fragola globalizzata. La coltivano a Huelva, in Andalusia, ma la varietà di frutti è stata selezionata e perfezionata al sole della California, mentre per raccoglierla, rigorosamente a mano, servono le braccia a basso costo che vengono dal Marocco, dall’America Latina, ma soprattutto dalle legioni della disoccupazione dell’Europa Centrale e dell’Est.

La manodopera è soprattutto femminile e le donne sono costrette a vivere quasi da schiave, anche dodici in una stanza. Altrimenti sarebbe impossibile vendere questa fragola al trenta per cento in meno rispetto al resto del mercato.

La fragola “camarosa” simboleggia l’eterogeneità dei prodotti globalizzati, quella stessa eterogeneità che Thomas Friedman ritrova in un degli oggetti simbolo dell’era globale: il computer.

Thomas Friedman, il columnist del New York Times, nel suo ultimo libro “The World is Flat”, smonta e cataloga tutte le parti del suo computer. Tutto insieme, il computer arriva da Penang, in Malaysia, dove l’hanno assemblato, ma questa è solo la fine della storia.

Il design è stato realizzato un po’ in Texas, un po’ a Taiwan. Il microprocessore è Intel, brevetto americano, ma è stato fabbricato in Costarica. Oppure (la Dell ha più di un fornitore) nelle Filippine o in Malaysia.

I banchi di memoria RAM vengono dalla Corea o dalla Germania. La scheda grafica dalla Cina. La ventola di raffreddamento è stata costruita a Taiwan. Così come per la scheda madre. La tastiera in Cina. Lo schermo in Corea. La scheda wireless in Malaysia. Il modem viene dalla Cina o da Taiwan. La batteria è stata prodotta in Messico.

L’harddisk a Singapore. Il lettore cd/dvd in Indonesia. Il trasformatore in Thailandia. La chiave USB, viene da Israele. Il filo elettrico l’hanno fabbricato in India. La borsa per trasportare il tutto arriva dalla Cina. Il computer è un prodotto che si presenta allo stesso modo in tutti i luoghi del mondo ed è costituito da diversi oggetti che, a loro volta, vengono da luoghi distanti migliaia di chilometri.

Per questo motivo, Friedman paragona questa catena di assemblaggio ad una sinfonia in cui ognuno suona, con precisione da metronomo, lo spartito che gli è stato chiesto. Volendo, è l’immagine di una ONU in versione industriale, in cui tutto il mondo armoniosamente coopera per far arrivare il computer sulla scrivania del consumatore, nel minor tempo e al minor prezzo possibile.

È una cartolina vera e falsa al tempo stesso. Perché non rispecchia una realtà in drammatico e vertiginoso movimento. Ancora nel 1999, quando lo stesso Friedman con un altro libro “Le radici della globalizzazione” illustrava ai non addetti ai lavori il fenomeno nascente della globalizzazione, l’integrazione planetaria delle economie s embrava un processo a senso unico, colorato a stelle e strisce, con il mondo che guardava tutto insieme Baywatch, mangiava gli hamburger McDonald’s, utilizzava i programmi sviluppati nella Silicon Valley.

Oggi, nel breve respiro di poco più di cinque anni, gli esperti, a cominciare dalla Cina, già intravedono un mondo che, tutto insieme, guarda i film di Bollywood o i cartoni manga e utilizza i programmi sviluppati a Bangalore.

È necessario sottolineare, quindi, che la globalizzazione non ha portato solo dei cambiamenti a livello ambientale e economico. Il mondo in cui viviamo, gli oggetti che utilizziamo sono stati travolti e modificati.

Se prestassimo sempre più attenzione agli strumenti che ci circondano, ci accorgeremmo che essi sono stati creati dal lavoro di persone diverse e, in alcuni casi, sono frutto della collaborazione di vari popoli.

Basta smontare il pc portatile per capire che quella è solo la retroguardia dell’invasione. L’avanguardia è in mezzo a noi, sta dentro il computer, ed è scritta nell’elenco dei paesi che fabbricano i vari pezzi: Corea, Malaysia, Taiwan, Messico, Singapore.

Una lista che racconta la nuova globalizzazione. Il nostro computer rappresenta un mondo eterogeneo, possiamo immaginarlo come uno scrigno che, aperto, ci rivela una verità che avevamo già sotto gli occhi, ma facevamo fatica a vedere. Il suo interno è un portolano del mondo moderno, il mondo della globalizzazione: un pizzico (solo un pizzico) di America, una traccia di Germania, un po’ di Giappone, un po’ di America latina e soprattutto tanta Asia.

Quella che sta arrivando ora è la parte innocua, la retroguardia. Lo sconvolgimento è già avvenuto: l’idea di una divisione internazionale del lavoro, con la mente in Occidente che crea e disegna nuovi prodotti e un braccio in Oriente che salda i circuiti integrati e imballa i risultati per la spedizione, è stata spazzata via.

Lo scrigno già ce lo può dire. Se scaviamo e arriviamo fino al suo cervello, il software, troviamo i programmi Microsoft. Presto la loro architettura sarà disegnata non a Seattle, ma in India, dalla Infosys e dalla Satyam.

Il libro di Friedman ci rivela quanto gli ex operai della globalizzazione stiano risalendo la scala del valore aggiunto, fornendo componenti sofisticati come hard disk, carta wireless, scheda madre.

Del resto, se il computer fosse sempre un Dell non ci sarebbe neanche bisogno di aprirlo, quello scrigno. Basterebbe guardare sotto l’etichetta. Scopriremmo che l’intero prodotto è stato disegnato, sviluppato, assemblato, lucidato e imballato dalla Qanta Computer di Taipei, che ha solo avuto lo scrupolo di appiccicare l’etichetta Dell. Con qualche lieve modifica, ne avrebbe appiccicata un’altra.

La Qanta ha prodotto, nel 2004, 16 milioni di computer portatili in 50 diversi modelli, con i marchi Dell, Apple Computer, Sony. Le aziende, soprattutto quelle che più tengono alla loro immagine high-tech, come Nokia o Nikon, si rivelano piuttosto schive quando si tratta di smontare i loro prodotti.

Ma l’onda investe tutto l’universo dell’elettronica: computer, telefonini, tv ad alta definizione, lettori Mp3, macchine fotografiche, palmari. Qanta non è l’unico nome da ricordare. Memorizziamo anche questi: Htc (telefonini multimediali, Taiwan), Flextronics ( cellulari, Singapore), Compal (computer, Taiwan), Premier Imaging (fotocamere digitali, Taiwan).

Ci sono loro dietro una serie infinita di prodotti targati, fra gli altri, Dell, Apple, Sony, Motorola, Philips, Hp, Xerox, Ericsson, Alcatel, Siemens, Casio. Secondo gli esperti del settore, il 65 % dei computer in commercio, il 20 % dei telefonini (multimediali compresi), il 30 % delle macchine fotografiche, il 65 % dei lettori Mp3 e il 70 % dei palmari sono fatti integralmente, dal design alla confezione, a Taiwan e nel resto dell’Asia orientale.

Tramite questi dati possiamo osservare come lo spazio della mente occidentale si restringa sempre più a favore di un braccio sempre più autonomo e intelligente. Sarebbe come se la bomba atomica fosse stata ideata da Oppenheimer, Fermi e Bohr in un ufficietto di Los Alamos, mentre gli altri 2000 scienziati che l’hanno realizzata fossero stati sparsi fra Bangalore e Taipei.

Come sottolineato da Jared Diamond, nel recente libro “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere”, pubblicato nel 2005, ci sono differenze tra il mondo moderno e l’antichità, così come tra i problemi di oggi e quelli di un tempo.

Oggi ci differenziamo dalle società del passato per certe caratteristiche che ci espongono ad un rischio minore rispetto a quello affrontato dai nostri antenati; a tal proposito, tutti riconoscono i potenti vantaggi della nostra tecnologia, della globalizzazione, della medicina moderna e della conoscenza della storia passata e dei suoi errori. Ma queste stesse caratteristiche ci espongono anche a rischi maggiori rispetto ai nostri antenati.

La nostra potente tecnologia ha anche effetti (non intenzionalmente) distruttivi e la globalizzazione è tale che persino un disastro nella lontana Somalia si ripercuote sugli Stati Uniti e sull’Europa, inoltre, bisogna considerare i progressi della medicina moderna che ha permesso la sopravvivenza di milioni di noi, ma ha anche determinato un enorme aumento della popolazione umana.

Forse possiamo ancora imparare dal passato soltanto se riflettiamo attentamente sul suo insegnamento.

I nuovi paradigmi
Grazie ad un interessante progetto di ricerca svolto da un gruppo di eminenti economisti dell’ università di Princeton, ripreso da Antony Giddens, è possibile formulare un “nuovo paradigma” della globalizzazione, una nuova “visione” e distinta fase nell’evoluzione dell’interdipendenza economica del mondo.

Da un lato, è possibile affermare che la globalizzazione è un insieme di distinti processi di “attribuzione del prezzo delle merci e dei servizi” delle attività economiche.

La drastica riduzione del costo del trasporto, con l’inizio del diciannovesimo secolo, implicò che i beni non dovessero più essere prodotti vicino al luogo dove dovevano essere consumati. Successivamente, la semplificazione del trasporto e delle comunicazioni, dagli anni settanta in poi, ha consentito la realizzazione in luoghi diversi del processo manifatturiero.

Tutto ciò ha comportato una divisione globalizzata del lavoro, da parte delle aziende transnazionali, caratterizzata dalla realizzazione in Paesi diversi delle varie parti che compongono un prodotto manifatturiero.

Ora, secondo lo studio realizzato, ci troviamo di fronte ad una nuova fase del processo di attribuzione del prezzo delle merci e dei servizi risultante dai nuovi processi di delocalizzazione elettronica e riguardante il settore dei servizi e non più quello manifatturiero.

Un esempio lo sono i call center (di lingua inglese), delocalizzati in India, ai quali chiediamo orari dei treni o altro. Tuttavia la delocalizzazione elettronica sembra destinata ad incidere in maniera più profonda dei call center. Per poter essere delocalizzato, un posto di lavoro nei servizi, necessita di quattro principali caratteristiche:
  • prevedere un uso intensivo di information technology
  • riguardare un prodotto trasmissibile via information technology
  • includere mansioni che possono essere codificate
  • richiedere poca o nessuna interazione diretta tra gli interessati.
Se ci atteniamo a tali requisiti, la ricerca ci dice che, probabilmente potrebbero essere delocalizzati il 20% delle economie occidentali.

La delocalizzazione è la base del nuovo paradigma della globalizzazione. Il vecchio paradigma, quello prevalso negli ultimi trenta anni, ha riguardato interi settori dell’ economia o intere aziende appartenenti a questi settori.

Progressivamente, vi era stata una perdita di competitività nella cantieristica, siderurgia e acciaio sia in Europa che negli Stati Uniti.

In tale scenario, i settori più competitivi delle economie avanzate sono stati considerati l’high–tech e quelli che richiedono un alto livello di conoscenza, come le biotecnologie o la farmaceutica; oppure i settori che prevedono una manodopera non qualificata o con un livello di qualificazione medio.

Questo punto di vista, ad esempio, è illustrato nell’ Agenda di Lisbona, il programma ufficiale dell’ Unione Europea per migliorare la competitività Europea. È importante espandere e alzare il livello della qualificazione della manodopera per restare competitivi laddove la bassa manifattura sta diventando terreno esclusivo delle società che hanno un costo del lavoro più basso.

Sono questi i passaggi necessari per passare da un’economia di tipo industriale a un’economia dei servizi. Nella fase odierna della globalizzazione, la concorrenza a livello mondiale si dà a livello del singolo posto di lavoro, più che a livello settoriale o degli scambi.

In altre parole lo stesso tipo di lavoro può essere delocalizzato tra aziende e tra vari settori. Probabilmente in futuro sarà meno utile individuare i vincitori e gli sconfitti della globalizzazione in termini di settore d’appartenenza o per livello di qualificazione. Alcuni singoli soggetti dei settori più competitivi degli Stati Uniti o dell’ Europa potrebbero non essere vincenti man mano che si procede.

E i vincenti non avranno necessariamente un’istruzione o una qualifica di alto livello, perchè il loro successo dipenderà dal compito che devono svolgere, non dalla competitività generale dell’azienda o del settore, e neppure dal loro livello d’istruzione.

Per molti lavori, attualmente, il compenso è determinato dal fatto che non è soggetto ad una concorrenza internazionale.

Un tassista londinese, guadagna oggi di più di un tassista di Manila, e ciò non è legato alla sua migliore performance, ma perchè la natura stessa del guidare un taxi non rende questo lavoro passibile di essere realizzato altrove.

E rimarrà tale finchè qualcuno non scoprirà un modo di condurre un taxi a distanza. Lo stesso non vale però in assoluto per una serie di mansioni del lavoro negli uffici, negli ospedali o nelle banche, ritenuti fino ad oggi al riparo dalla concorrenza diretta di lavoratori di altre regioni nel mondo.

Questi processi in precedenza non erano stati colti ed analizzati. Prendiamo ad esempio il lavoro dei chirurghi. Gli interventi realizzati a distanza, con medici che si trovano a migliaia di chilometri dal paziente saranno sempre più frequenti.

Se ciò avverrà, i bravi chirurghi saranno molto più richiesti di quelli meno bravi, che a loro volta vedranno diminuire il loro reddito, se non sparire la propria fonte di guadagno del tutto.

La globalizzazione aiuterà un lavoratore qualificato a scapito di un altro lavoratore qualificato, anche se entrambi apparterranno ad un settore nel quale i paesi occidentali hanno un vantaggio competitivo.

La delocalizzazione ha riguardato finora solo una piccola percentuale dei posti di lavori dell’economia avanzata. In questo scenario, la formazione non dovrebbe essere troppo specialistica, perchè quel che conterà di più sarà la flessibilità e l’adattabilità, sia a livello aziendale sia a livello di forza di lavoro in generale.

Probabilmente non saranno i lavoratori non qualificati o quelli con una qualifica media a dover fare i maggiori aggiustamenti, come è stato dimostrato nel periodo recente. Il lavoro di commesso o di commessa non può essere delocalizzato, come invece è il caso di molte mansioni più qualificate.

Bibliografia
- Bauman Z., Vita liquida, Laterza, Bari, 2006.
- Bocchi G., Ceruti M., Origini di storie, Feltrinelli, Milano, 2000.
- De Soto H., Il mistero del capitale. Perché il capitalismo ha trionfato in Occidente e - ha fallito nel resto del mondo, Garzanti, Milano, 2001
- Panzarani R., Il viaggio delle idee, Franco Angeli, Milano, 2005
- Panzarani R., Gestione e sviluppo del capitale umano, Franco Angeli, Milano, 2004.


1Roberto Panzarani è Presidente dello Studio Panzarani & Associates e docente di "Processi di Innovazione nelle organizzazioni" presso la Facoltà di Psicologia 2 dell'Università La Sapienza di Roma.

Da molti anni opera nella formazione in Italia. E' stato tra l'altro responsabile della formazione in Alitalia, dove ha fondato l'Alitalia Business School. E' stato Presidente dell'A.I.F. (Associazione Italiana Formatori) e attualmente è Presidente di Governance (Associazione per la promozione della conoscenza e delle competenze per l'esercizio delle responsabilità direzionali). Studioso delle problematiche relative al capitale intellettuale in contesti ad elevata innovazione e autore di svariate pubblicazioni, nel 1999 è stato consulente per la Presidenza del Consiglio nella stesura del Master Plan per la Formazione.

Esperto di Business Innovation, attualmente si occupa dello sviluppo di programmi di formazione manageriale per il top management delle principali aziende ed istituzioni italiane. I suoi ultimi libri sono : “Gestione e sviluppo del Capitale Umano: le persone nel bilancio dell’Intangibile di una organizzazione “ Ed. Franco Angeli 2004 e “Il viaggio delle idee: per una governance dell’innovazione” Ed. Franco Angeli 2005. www.robertopanzarani.it

Autore: Roberto Panzarani




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