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Articolo pubblicato il 17-01-2006
di Roberto Panzarani
Docente di Processi di Innovazione nelle Organizzazioni, presso la Facoltà di Psicologia 2 dell' Università "La Sapienza" di Roma

Numero 24 - Anno 3
17 Gennaio 2006





Intervista a Oliverio Alberto

Alberto Oliverio 1) Come si potrebbe definire l’attitudine mentale all’innovazione?

R. La creatività si basa sulla capacità del cervello di formare delle immagini mentali, di ricombinarle in una sorta di continuo caleidoscopio al cui interno vengono compiute delle associazioni logiche ma anche fantastiche: in questa capacità si fondono elementi ludici e processi logici senza i quali non esisterebbe la possibilità di fornire risposte divergenti e innovative, di guardare alla realtà usuale con un'ottica insolita, di estrarre da informazioni apparentemente banali elementi nuovi.

La creatività può rassomigliare, sia pur con le debite proporzioni, ad una sorta di macchina che produce ipotesi, scenari e soluzioni diverse in modo quasi casuale, anche al di fuori di una logica strutturata: è quanto sostiene Albert Einstein: “Non ritengo -scrive il grande scienziato- che le parole o il linguaggio scritto o parlato abbiano alcun ruolo nel meccanismo del mio pensiero.

Le entità psichiche che sembrano servire da elementi sono piuttosto alcuni segni o immagini che nella mia mente entrano in un gioco combinatorio di tipo visivo e a volte muscolare”. Questa affermazione può sembrare provocatoria ma indica un aspetto delle procedure mentali che non è insolito e che può essere comune alle persone geniali.

Gli studiosi della creatività sottolineano inoltre un altro aspetto, vale a dire lo stretto intreccio tra emozione e cognizione, evidente anche nel caso della creatività scientifica. Nessuna verità può nascere dal genio di Archimede o di Newton senza un'emozione poetica o un brivido dell'intelligenza: anche le attività cognitive più strutturate, anche quelle degli scienziati ritenuti logici per eccellenza, in realtà comportano una componente emotiva.

Nello stesso processo di scoperta scientifica si può spesso verificare quello che gli anglosassoni definiscono un “insight”, un'appercezione improvvisa rivelatrice di un qualcosa a lungo ricercato. Esiste poi un altro aspetto della creatività quotidiana: innovare significa essere propensi ai cambiamenti e a soluzioni creative.

Dal punto di vista della mente questi due aspetti non sono necessariamente collegati: il cambiamento implica la propensione al nuovo, si basa su un senso di sicurezza, su comportamenti non stereotipati, sul rifuggire la monotonia.

2) Si può dire se in natura ci sono persone più o meno innovative dal punto di vista mentale?
R. Tutti nasciamo con una tendenza all’esploratività, alla ricerca di stimoli nuovi: la monotonia percettiva è una condizione che non soddisfa le necessità del cervello, avido di stimoli. Questa pulsione trova un suo equilibrio nella ricerca della prevedibilità della sicurezza, del conforto di ciò che è noto: sono due forze complementari ma la seconda non deve schiacciare la prima.

Ovviamente ci sono personalità più esplorative, individui che hanno bisogno di una stimolazione e varietà continua. Il pensiero creativo dipende dal saper osservare, fare esperienze divergenti, abbandonarsi ad attività giocose, fantasticare.

Un aspetto fondamentale della creatività è quello di essere divergenti, di saper resistere ad una forma di “pensiero unico”. Il creativo, inoltre, sa andare contro le opinioni correnti. Sa lavorare silenziosamente, e alla fine cerca di affermare le sue nuove idee. Numerose ricerche hanno inoltre dimostrato che molto spesso i creativi hanno la capacità di “spegnere” l’attività della corteccia frontale, vale a dire di abbandonarsi a un flusso di pensieri che ha degli aspetti simili a quelli che si verificano nel dormiveglia.

In questo flusso sanno cogliere analogie, individuare gli aspetti nuovi di un problema anche grazie alle contaminazioni che provengono da esperienze diverse da quelle abituali: ma più vasta e frastagliata è la cultura, più ricche le esperienze, più si è in grado di cogliere e accettare nuovi punti di vista e di costruire ipotesi e scenari che, a prima vista, appaiono insoliti e impossibili, più prossimi al caleidoscopio dei sogni o alla fantasia infantile.

3) Qual è il segreto per costruire un’intelligenza connettiva all’interno dei contesti organizzativi?
R. Le organizzazioni possiedono, al loro interno, delle strategie plastiche e la loro ricchezza è quella di avere al loro interno una qualche diversità: questa diversificazione è la base di ogni adattamento innovativo.

Senza dubbio nell’organizzazione è necessaria una qualche gerarchia, anche se questa tende spesso a comprimere la diversità: però è dagli individui dissonanti che nasce una capacità di diversificare le risposte e di adattamento a situazioni diverse. Si può aumentare la creatività nell’organizzazione? Uno degli aspetti analizzati dagli studiosi della creatività è che indubbiamente le situazioni che si basano sul task ranking, su una forma di organizzazione piramidale, tendono a ridurre lo sviluppo di nuovi approcci alla soluzione dei problemi, anche se tutti riconoscono che un qualche task e un qualche ranking sono necessari nelle aziende e nelle organizzazioni.

Detto questo, è importante non penalizzare eccessivamente la non ortodossia se non si vuole comprimere la creatività individuale, soprattutto di quelle persone che mal adattano alle situazioni basate sulle scale gerarchiche e sui compiti. La divergenza è un valore che va riconosciuto e sfruttato, ad esempio cooptando i “ribelli”, riconoscendoli: è una strategia che non soltanto riduce le minacce alla stabilità del sistema che derivano da una continua conflittualità interna, ma può anche favorire la recettività al cambiamento.


Autore: Roberto Panzarani
Docente di Processi di Innovazione nelle Organizzazioni, presso la Facoltà di Psicologia 2 dell' Università "La Sapienza" di Roma



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