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Articolo pubblicato il 17-06-2006
Giuliano Fierro
Dipartimento per lo Studio del Territorio e delle sue Risorse – Università di Genova
C.so Europa 26 - 16132 Genova
Numero 28-29 - Anno 3
17 Giugno 2006
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Il degrado dei litorali
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Le zone costiere e, in particolare, le spiagge sono e sono sempre state aree
dinamiche ed in continua evoluzione sotto il profilo geologico-naturalistico.
Negli ultimi due secoli ai fattori naturali che ne determinano il cambiamento
si è aggiunto un massiccio e talora determinante intervento antropico.
La costa o “fascia costiera” viene intesa, attualmente, come una porzione di
territorio in parte emersa ed in parte sommersa che contiene la linea di riva
e che va soggetta a processi geomorfici sia continentali che marini.
La linea di riva dipende giornalmente e stagionalmente dall’azione del mare
(onde, maree, correnti) e del vento, da processi biologici e da processi
fisici continentali (ruscellamento, dinamica fluviale e di versante).
Su finestre temporali più ampie, però, sono molteplici i fattori
dinamici che agiscono con velocità e intensità diverse e che presuppongono
un’evoluzione anche rapida ma tutt’altro che casuale, sostanzialmente
funzione di quattro processi geologici fondamentali: la tettonica, l’eustatismo,
l’erosione e la sedimentazione.
La tradizionale distinzione geografica tra coste alte (modellate dall’erosione) e
coste basse (modellate dai processi di sedimentazione) può dirsi in parte superata
in quanto, se descrive efficacemente lo stato attuale di una costa,
non approfondisce le effettive cause della sua genesi ed evoluzione.
Aspetti geologici
Per il geologo la zona costiera è la parte superiore del margine continentale,
inteso come zona di transizione tra una vasta area emersa ed un bacino oceanico
o marino profondo.
Più specificamente, la costa rappresenta il limite verso terra di un’area del margine
soggetta ad alterne vicende di emersione e annegamento: la piattaforma continentale.
Dalle oscillazioni del livello marino, di ampiezza anche superiore ai 100 m, e
dalle erosioni che ne conseguono la piattaforma trae la sua caratteristica morfologia.
I contesti geologici nei quali si sviluppano le coste sono i più vari, sintetizzabili come segue:
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Coste deposite, che delimitano le pianure alluvionali (cioè generate dagli apporti solidi
dei corsi d’acqua), il cui assetto dipende essenzialmente dalle maree, dall’ondazione e
dalle correnti. In moltissimi casi assume grande importanza la subsidenza, anche se
semplicemente dovuta alla compattazione dei sedimenti sotto il loro stesso carico.
-
Coste di sommersione, caratterizzate da depressioni invase parzialmente dal mare,
ereditate da processi erosivi continentali (fluviali o glaciali) su antiche catene.
La situazione che le caratterizza può essere semplicemente la conseguenza di una oscillazione del
livello marino, ma spesso influisce in modo determinante una lenta subsidenza di origine
tettonica.
Qualora gli effetti dei fattori che determinano la sommersione siano parzialmente compensati
da apporto di materiali terrigeni, avremo coste in cui tratti rocciosi (promontori) si
alternano a insenature occupate da spiagge sabbiose o ciottolose, dette pocket beach.
-
Coste di biocostruzione o comunque da deposizione di sedimenti non detritici i cui
equilibri e la cui stessa esistenza dipendono, oltre che dai fattori sopradetti anche
da parametri ambientali di natura climatica.
E’ il caso delle coste degli Stati sulle piccole isole dei quali si è discusso
molto sia al Summit di Rio de Janeiro che a quello di Johannesburg.
-
Coste che delimitano catene “giovani” in sollevamento. Sono coste alte condizionate nella loro
morfologia da strutture tettoniche e dall’erosione marina. Analoga situazione riguarda le coste
poste al limite tra aree continentali stabili e margini di bacini marini subsidenti.
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Coste di regioni ad evoluzione geologica rapida e complessa (margini attivi del Pacifico,
margini mediterranei). Sono caratterizzate dall’associazione, anche in brevi spazi di
tratti costieri sabbiosi, tratti alti in erosione, tratti alti impostati tettonicamente.
In questo rapido excursus è stato considerato solo marginalmente l’effetto dell’eustatismo,
cioè delle variazioni globali del livello marino dipendenti da variazioni di volume della
massa d’acqua o di invaso dei bacini.
Questi fenomeni, attivi praticamente in tutti i tempi geologici, sono stati particolarmente
vistosi nell’era Quaternaria a causa del ripetuto, alterno, formarsi e sciogliersi di
grandi calotte glaciali, che fissavano e poi rilasciavano enormi volumi d’acqua.
Di conseguenza il livello marino ha subito variazioni di oltre 120 m di ampiezza.
Si sa che l’attuale eustatismo positivo (innalzamento del livello) è da molti studiosi
collegato con l’effetto serra antropogenico, ma dati archeologici su siti costieri
sembrano dimostrare che sia iniziato ben prima dell’industrializzazione.
Recenti studi indicano ancora che forse non si tratta di un fenomeno globale o,
almeno, non ugualmente intenso dappertutto, ma è certo che sommandosi ad altri,
ben più evidenti, effetti dell’antropizzazione sempre crescente dei territori
costieri e dei loro retroterra, costituisce un fattore destabilizzante per lo stato
dei litorali sabbiosi, di cui occorre tener ben conto (Bruun, 1962; Sestini, 1992).
Non vi è dubbio che a livello globale sia in atto una marcata erosione delle coste
deposite e già nell’85 Bird e Paskoff la valutavano pari a circa 70% (Bird, 1985;
Paskoff e Kelletat, 1991).
Concludendo si può rilevare come sia ormai concetto affermato che le coste siano
intrinsecamente instabili per loro natura.
Il processo di antropizzazione
Passando da una visione geologico-naturalistica dello stato evolutivo delle spiagge
all’interazione con l’uomo e le sue attività, vediamo come fino alla preindustrializzazione
fruitori furono per primi i pescatori con le loro barche e la richiesta di spazi
per la costruzione ed il rimessaggio. Quando è aumentato l’interesse per le spiagge
si è passati ad un uso fisso delle strutture, con edifici e reti viarie, che potessero
soddisfare lo sviluppo socio-economico.
L’uso delle spiagge per il tempo libero e
la balneazione ha messo in luce non solo il problema di difesa e salvaguardia degli
arenili e delle strutture dall’erosione ma una sempre più elevata richiesta di qualità
dell’ambiente per la maggior frequentazione.
Attualmente l’area costiera è soggetta ad una continua crescita di interesse per la
sua fruizione sia durante le vacanze che nel resto dell’anno, con la richiesta ad
esempio di spiagge e porticcioli turistici.
L’incremento dello sviluppo costiero
preoccupa molto i ricercatori del settore che capiscono chiaramente il rischio di
intense attività lungo la linea di costa e nella zona litorale e della notevole
pressione antropica: circa i due terzi della popolazione mondiale vive in uno stretto
settore compreso tra terra e mare.
Il degrado dei litorali si realizza anzitutto come erosione delle spiagge, come
affollamento e occupazione della zona litorale con strutture varie.
Ne sono
esempi gli stabilimenti balneari che tendono a divenire fissi, le passeggiate a
mare che hanno occupato spesso gli arenili o il primo ordine di dune. La tendenza poi
a facilitare l’accesso alle spiagge e a dotarle di parcheggi ha visto talvolta la
conseguente eliminazione delle dune eoliche litorali.
Questa pressione antropica può in alcuni casi distruggere il valore estetico
dell’ambiente che originariamente ha portato le persone alla costa. La consapevolezza
che la spiaggia sia una delle nostre più importanti risorse naturali porta alla
necessità di un’approfondita conoscenza dei processi costieri per la conservazione e
protezione di un ambiente così vulnerabile.
L’Unione Europea cosciente di questa carenza di informazioni ha promosso nel progetto
CORINE (1998) anche la messa a punto della erosione delle spiagge ottenendo un quadro
generale della tendenza evolutiva dei litorali dei paesi dell’Unione (Fig. 1).
Figura 1. Tendenza evolutiva dei litorali europei (AA.VV., 1998).
Le tecniche di difesa dall’erosione costiera definite “rigide” per l’impiego di manufatti
e strutture, pur avendo parzialmente successo a livello locale, hanno talvolta innescato
ulteriori problemi alle spiagge oltre ad una perdita del loro valore estetico. Prevedere
l’evoluzione della costa può trovare difficoltà per le molteplici variabili dovute
sia a fattori naturali che antropici.
Tuttavia è opinione affermata tra i ricercatori che un innalzamento del livello del
mare, unitamente a cambiamenti di tipo climatico che rendono i grossi eventi meteomarini
particolarmente frequenti e devastanti, possa mettere in serio pericolo la zona
litorale.
Le conoscenze delle caratteristiche morfologiche del territorio sono quindi
elemento fondamentale per sviluppare ed indirizzare le “fasi evolutive” della
fascia costiera.
L’ultimo secolo, come è già stato evidenziato, rappresenta il
periodo in cui si sono registrate le maggiori modifiche all’area litorale, per un
aumento della popolazione e l’industrializzazione, con la necessità di un’espansione
urbana, viaria e portuale.
Le aree costiere sono state poi interessate anche da altre forme di influenza e
trasformazione antropica quali le discariche di inerti lungo costa, soprattutto a
partire dalla seconda Guerra Mondiale, che hanno portato a registrare variazioni
significative per gli arenili.
Sempre nel dopoguerra gran parte dei cordoni di dune sono stati spianati per costruire
insediamenti turistici e passeggiate a mare e i tratti ancora presenti sono minacciati
dalla forte pressione antropica.
Ciò determina non solo la scomparsa di un ambiente unico per la varietà di associazioni
vegetali specifiche, ma anche la perdita di una preziosa riserva di sedimenti in grado
di rifornire la spiaggia in occasione di eventi eccezionali. Le dune costiere si
sviluppano infatti in presenza di un ampio fronte di spiaggia costituita da sedimenti
fini, elevati venti marini e talvolta escursioni mareali.
In nord Europa e negli Stati Uniti, dove si ha una maggiore attenzione alla salvaguardia
dell’ambiente, si sono sviluppati rigidi strumenti legislativi con l’adozione di
strategie gestionali per regolamentare questo delicato settore.
In altri paesi, tra cui l’Italia, dove l’ambiente dunare è meno esteso, sono state
sviluppate metodologie di analisi del grado di conservazione e del rischio di
erosione delle dune costiere, con interventi di stabilizzazione e di recupero
assai modesti e mai soggetti ad una valutazione di efficacia (Simeoni et al., 1999).
Sicuramente le opere portuali, ove le colmate sono la soluzione più efficace per
acquisire nuova superficie a mare, sono quelle che hanno segnato in modo radicale
l’assetto della fascia costiera, ma esistono altre strutture lungo costa che
possono mutare profondamente l’immagine e l’evoluzione naturale del territorio
di fronte alle esigenze di urbanizzazione.
Tra queste in Europa si possono annoverare i depuratori sorti soprattutto nell’ultimo
ventennio lungo il litorale.
Il complesso delle opere umane sopra citate sono state un ulteriore vincolo alla
dinamica sedimentaria che, in alcuni casi, ha segnato un incremento dei fenomeni
erosivi, con la necessità di dover realizzare un piano di difesa alle stesse,
con soluzioni differenti, come le difese “morbide” (ripascimenti)
(Capobianco et al, 2002; Hamm et al., 2002).
Strumenti integrati per la salvaguardia dei litorali
L’evoluzione del pensiero scientifico in maniera di pianificazione e gestione
del territorio è maturata anche al Summit di Rio de Janeiro nel 1992 e proseguita
a Johannesburg nel 2002. Significativa è risultata la World Coast Conference
di Noordwijk (NL) nel 1993, in cui si è affermato il concetto di pianificazione
e gestione integrata dell’area costiera (ICAM – Integrated Coastal Area Management),
il cui compito è risolvere i conflitti che possono sorgere tra attività agricole
industriali, residenziali, turistiche e ricreative in una fascia geograficamente
molto particolare quale la costa.
In particolare si forniscono indicatori per gli usi e si consiglia la loro
combinazione ottimale.
Un approccio fondato sulle basi concettuali dell’ICAM è inoltre particolarmente
importante in paesi come l’Italia, laddove, a fronte di un contesto socioeconomico
evoluto, la frammentazione delle competenze sulla costa e sul mare rende comunque
difficile una corretta gestione delle risorse: diventa così fondamentale superare
gli approcci di tipo settoriale attraverso studi multidisciplinari che consentano,
appunto, la formulazione di politiche efficaci sul piano economico, sociale ed
ambientale (Fierro, 2002).
D’altronde la necessità di concentrare l’attenzione sulle aree costiere deriva da
un’esigenza di riflessione a scala planetaria: vi sono previsioni che prevedono per
il 2020 l’insediamento di oltre la metà della popolazione mondiale nella fascia
compresa entro 60 km dal mare.
Questa considerazione è particolarmente valida per il nostro paese che ha sviluppato,
in generale, una rete viaria anche autostradale prossima alla costa.
Infatti le importanti reti di collegamento viario e ferroviario, storicamente,
hanno interessato per motivi essenzialmente tecnico-economici la parte più vicina
al mare andando a cercare quelle porzioni di territorio le cui caratteristiche
morfologiche favorissero soluzioni strutturali meno impegnative, con la massima
riduzione di opere particolari quali ponti e gallerie, fornendo alla fascia
costiera un assetto che ha favorito la concentrazione degli insediamenti.
La litoralizzazione in Mediterraneo
La connessione fra le variazioni climatiche e l’evoluzione dell’ambiente naturale,
quello fra i movimenti della popolazione e il fenomeno della crescita delle città
con tutti i relativi problemi di impatto sul territorio già nel passato è stato
evidenziato dalle risultanze di ricerche e da quanto riscontrato in realtà.
Vi è una consapevolezza sempre più approfondita dei problemi e della loro più vasta
e “silenziosa” diffusione. Talvolta la potenziale fruizione delle spiagge e delle
aree adiacenti è incompatibile all’intenso uso per l’incremento antropico, per cui
si rende necessaria una priorità nello stabilire lo sviluppo delle attività.
Cosciente del problema il Piano di Azione del Mediterraneo, promosso dalle Nazioni
Unite all’Ambiente, ha fatto eseguire il Plan Bleu che in una proiezione per il
2025 ha previsto un incremento della popolazione costiera della sponda afroasiatica
del Mediterraneo di 92.4 milioni mentre per la sponda europea di soli 4.3 milioni
con una crescita della popolazione complessiva che arriverà ai 524 milioni di
abitanti (Attané e Courbage, 2001).
Nell’ultimo trentennio la popolazione della riva sud è cresciuta con un ritmo
fino a cinque volte più sostenuto di quella del nord a causa di un maggior
numero di nascite e soprattutto di una importante immigrazione da sud.
Per i prossimi decenni l’attenzione si dovrà rivolgere particolarmente alla crescita
dell’urbanizzazione in quanto dalle proiezioni il tasso di urbanizzazione passerà dal
64% del 2000 a 72.2% nel 2025.
Si dovrà considerare uno scenario che tenga conto dello sviluppo di tutto il
Mediterraneo in termini di gestione, infrastrutture, sviluppo economico e umano
così come per gli impatti sull’ambiente e le risorse naturali. Le regioni costiere
del Mediterraneo per i prossimi anni avranno una crescita della concentrazione
urbana molto meno rapida dei decenni scorsi pur incrementando una pressione
esistente e considerevole sui litorali.
Il Mediterraneo poi è il primo polo turistico mondiale e non si possono dimenticare
le presenze che ogni estate aumentano la popolazione costiera e affollano le spiagge.
A questo proposito si prevede, nel 2025, un incremento di 2/3 delle presenze di
turisti (da 135 a 230 milioni) con un consumo di superficie litorale di 4000
km quadrati destinati alla logistica alberghiera, e ciò in affinità ad una perdita
di un milione di ettari di zone umide già avvenuta nel cinquantennio precedente.
Pur nel loro valore puramente indicativo, queste proiezioni mostrano comunque una
crescita demografica sostenuta, e sono indispensabili per la discriminazione di
criticità nelle interazioni ambiente-società-economia e per le strategie possibili
per uno sviluppo duraturo delle aree litorali.
Le spiagge italiane
L’Italia con il suo sviluppo costiero di circa 8000 km non è stata risparmiata da
questi fenomeni e, negli ultimi decenni, ha visto una crescente sensibilizzazione
alla salvaguardia del litorale dai processi erosivi in relazione al suo valore
ambientale e soprattutto socio-economico (D’Alessandro e La Monica, 1999; Fierro 2003,
AA.VV., 2006).
Le regioni costiere italiane sono abitate dal 60% della popolazione
(200 abitanti per chilometro quadrato) ed il 24% della popolazione occupa le città
costiere.
A partire dal 1800 l’intervento antropico lungo le coste italiane ha pesantemente
mutato le condizioni naturali del trasporto solido a mare e lungo costa.
Infatti si hanno modificazioni indotte dallo sviluppo dell’agricoltura, dalla
realizzazione di strade e ferrovie, dalle opere di sistemazione idraulico-forestali
dei bacini imbriferi, dalle estrazioni di inerti dagli alvei, dalla costruzione di
opere di sbarramento e di opere a mare.
Tutto questo ha condizionato la tendenza evolutiva delle spiagge rendendo il bilancio
sedimentario sempre più deficitario, tale da innescare marcati processi erosivi.
I forti emungimenti dalle falde idriche hanno poi accentuato i fenomeni di subsidenza
delle piane costiere favorendo l’ingressione e l’azione erosiva del mare e talvolta
l’insalinamento della falda come nel caso di camping intensivi in piane costiere.
Per quanto riguarda i processi erosivi delle coste alte questi vengono rilevati
soprattutto dal degrado che investe opere e strutture realizzate in questi tratti.
E’ chiaro che l’arretramento della costa è meno rapido, ma non per questo meno devastante.
a) Dalla Legge per la difesa degli abitati, alla ricerca scientifica, ai piani territoriali della costa
In Italia il problema dell’erosione del litorale veniva molto spesso risolto con l’intervento
di difesa rigido con opere marittime attraverso l’applicazione della Legge per la
difesa degli abitati del 4 luglio 1907 facendone un’applicazione estensiva anche a tratti
di litorale nei quali l’abitato o era distale o comunque non soggetto a rischio.
La risposta italiana all’erosione marina ha previsto interventi di difesa ai manufatti e non
di ricostituzione degli arenili persi o di salvaguardia di zone di rilevante valore ambientale.
Molti sono gli Enti di ricerca tra cui C.N.R. e il M.P.I, poi M.U.R.S.T., e ora M.I.U.R.,
che hanno pubblicato lavori scientifici riguardanti le spiagge a seguito dei quali sono
stati eseguiti, già negli anni ‘60/70, interventi a salvaguardia degli arenili.
Essi sono stati la base teorica per uno studio interdisciplinare da cui lo sviluppo negli
anni successivi di «Programmi Speciali» quali quello sulla «Conservazione del Suolo» con
tema specifico «Regime e conservazione dei litorali» ove sono state esaminate alcune aree
campione dell’Alto Adriatico, dell’Alto Tirreno e dello Jonio.
Le ricerche furono poi istituzionalizzate nel Sottoprogetto "Dinamica dei Litorali"
afferente al Progetto Finalizzato "Conservazione del Suolo", di durata quinquennale,
con l’obiettivo di fornire un quadro completo dell’assetto costiero attraverso un
approccio interdisciplinare.
Il Progetto Finalizzato ha quindi portato alla pubblicazione di numerosi lavori a carattere
applicativo di cui gran parte conseguenti a congressi organizzati in collaborazione
con Enti pubblici locali e nazionali per accrescere la sensibilità dei decisori
territoriali sul problema delle coste.
Nella fase conclusiva la sintesi delle ricerche ha visto dal 1985 al 1999, la realizzazione
dell’"Atlante delle Spiagge Italiane", primo esempio nel Mediterraneo di raccolta di
carte tematiche sulla dinamica litorale.
Successivamente sono stati realizzati diversi progetti di interesse nazionale cofinanziati
dal M.I.U.R sul bilancio sedimentario delle spiagge e sulle erosioni indotte da
interventi di difesa e ricostruzione delle spiagge e attualmente è in corso un progetto su i
depositi eolici delle coste italiane.
Il quadro conoscitivo dei litorali italiani desunto dall'Atlante delle Spiagge Italiane
(Fig. 2) mette in evidenza che le percentuali dei tratti di costa in erosione, equilibrio o
avanzamento sono sostanzialmente comparabili con quelli dei paesi a forte fruizione costiera.
Figura 2. Scenario della tendenza evolutiva dei litorali italiani.
Le coste italiane sono caratterizzate per il 61% da spiagge la cui tendenza evolutiva
agli anni ’90 è: 27 % in erosione, 70 % in equilibrio, naturalmente o per i
numerosi provvedimenti di difesa, e solo 3 % in avanzamento
(Caputo et al., 1991; AA.VV., 1999; Fierro e Ivaldi, 2001).
Attualmente la situazione dei litorali risulta ancora più preoccupante con un
dato pari a circa 40% in arretramento dalle risultanze del Convegno “Lo stato dei
litorali italiani” del Gruppo Nazionale per la Ricerca sull’Ambiente Costiero –
GNRAC che si è tenuto presso la sede centrale del CNR di Roma il 7 giugno 2006,
ancorché i criteri e le scale alle quali si sono riferite le indagini degli anni ’90
non sono gli stessi (AA.VV., 2006).
La pubblicazione dell’Atlante risponde ad esigenze sentite non solo nel nostro Paese,
ma ovunque diffuse ed in crescita continua, data la maggiore sensibilizzazione ai
problemi ambientali e la necessità di poter disporre di strumenti volti alla
salvaguardia del territorio.
In questo modo si è cercato di fornire elementi
utili ad evitare gli errori che si commettono per scarsa conoscenza dei fenomeni.
In alcuni casi infatti si è verificato uno stravolgimento delle coste dovute al rapporto
di protezione superiore a 2 km di difese rigide per chilometro di litorale (Toscana)
(Bowman e Pranzini, 2003).
Queste opere non solo hanno modificato l’ambiente costiero, ma hanno spesso innescato
l’erosione delle spiagge poste sottoflutto, imponendo la costruzione di nuove difese
rigide a rincorrere l’erosione per decine di chilometri (Emilia Romagna) (Preti, 2002)
Solo negli ultimi decenni il ripascimento artificiale dei litorali, considerato come
una soluzione morbida, si è affiancato alla difesa rigida prima associato a
strutture di contenimento poi come ripascimento non protetto.
La comunità scientifica nei vari convegni e pubblicazioni, visto lo stato di
sperimentazione di alcuni casi studio, ha condotto una politica di promozione
sui ripascimenti sabbiosi e ghiaiosi con la necessità di una conoscenza di
tutti i dati ambientali, evidenziando agli Enti locali l’esigenza di un monitoraggio
degli interventi (Aminti et al., 1999; Hanson et al., 2002).
Negli ultimi anni ci si è indirizzati attraverso strumenti legislativi verso una
gestione delle aree costiere con la adozione di piani territoriali e strumenti
che mettono in relazione sviluppo-uso e conservazione dell’ambiente costiero.
Pur considerando i diversi aspetti in riferimento alle caratteristiche ambientali
l’obiettivo di questi programmi è quello di focalizzare i problemi, trovare
soluzioni e pianificare in funzione degli sviluppi futuri.
Attualmente stiamo vivendo un periodo in cui la crescente sensibilizzazione ai
problemi ambientali e la sempre più viva esigenza di poter comunque fruire del
territorio sta rivolgendo alla riorganizzazione territoriale.
In Liguria, ad esempio, con lo spostamento a monte della linea ferroviaria,
necessità dettata essenzialmente da un miglioramento funzionale, ci si trova
a dover affrontare i problemi inerenti una riorganizzazione ed un riuso di porzioni
importanti del territorio con una potenzialità in risorse territoriali, paesistiche
ed ambientali che devono essere rese di nuovo fruibili.
Questo è uno degli esempi di definizione di un nuovo assetto urbanistico con
recupero e valorizzazione del territorio, senza mai tralasciare quello che
concerne le caratteristiche “naturali” dell’ambiente.
In Italia la gestione delle aree costiere è articolata su più livelli, affrontata
attraverso meccanismi che dal livello nazionale passano a quello regionale e locale,
con programmi specifici rivolti alla protezione di singole aree e/o risorse.
Una simile frammentazione ha portato spesso a sovrapposizioni di strumenti e di
competenze, cui oggi si tenta di porre rimedio: infatti, con la recente approvazione
in alcune Regioni di leggi e Piani Territoriali di Coordinamento (P.T.C.) della Costa
si evidenzia la presa di coscienza e l’avanzamento delle conoscenze espresse con
l’Atlante delle Spiagge Italiane.
I primi coraggiosi tentativi di introdurre ed applicare le peculiarità dell’ICAM
(Lazio, 1977; Marche, 1980, Sicilia, 1981; Emilia Romagna, 1983-1989; Toscana, 1990;
Liguria, 1995); generalmente basati su una cartografia tematica in scala di maggior
dettaglio (1:25.000), sono in fase di realizzazione nonostante alcune difficoltà
che dipendono dalla frammentazione normativo-gestionale sopra accennata.
L’aspetto innovativo dell’avvento di tali piani territoriali di coordinamento è
proprio quello dell’essere portatori di una cultura aderente al territorio.
Un ulteriore sforzo di coordinamento deve ancora essere compiuto per giungere ad
integrare i P.T.C. della Costa attraverso la pianificazione dei bacini idrografici;
entrambi infatti hanno interessi convergenti sull’uso del territorio.
Le leggi vigenti sulla difesa del suolo, tutte successive alla Legge 183/1989
equiparano i piani di bacino - quali strumenti pianificatori - ai P.T.C.
Per evitare discordanze nella zonizzazione dei due tipi di piano sarà indispensabile
un coordinamento interdisciplinare che costituirà l’attivazione della gestione
costiera integrata.
I piani di bacino infatti consentono di recepire le indicazioni dei P.T.C. della
Costa approfondendo le analisi conoscitive a scale di maggiore dettaglio; inoltre
sono impostati secondo analisi di rischio, con la conseguente indicazione di
piani di intervento e relative risorse finanziarie di attuazione, consentendo
così il volano su cui impostare un intervento integrato e coordinato sul sistema
costiero.
A questi strumenti si aggiungono più recentemente, secondo l’attuazione di
politiche integrate, quelli di certificazione di qualità ambientale.
Il concetto di qualità ambientale nel nostro paese è stato significativamente
recepito unitamente alle variabili del sistema produttivo.
I litorali e la spiaggia, risorse consolidate, non sono venute meno a questo processo
di sviluppo.
La riqualificazione dell’offerta vede un miglioramento non solo ambientale,
ma anche strutturale e ricettivo e tutto questo grazie all’applicazione di
criteri ben precisi.
Il processo è iniziato, a partire da metà anni ’80, con le Bandiere Blu,
riconoscimento europeo di migliori spiagge e approdi essenzialmente fondato sulla
qualità delle acque.
Più recentemente, grazie ad una serie più nutrita di indicatori, si è pervenuti alla
Certificazione di Qualità degli arenili ed al recepimento dell’Agenda 21 Locale
di cui il Comune di Celle Ligure ne è il primo esempio nazionale.
Concludendo il crescente bisogno di spazi costieri fruibili per il turismo ha visto
diversi scenari a seconda dei contesti socioeconomici che si sono succeduti nel
tempo e che hanno registrato un incremento dell’occupazione della fascia costiera,
definita da Paul Valery: “oceanizzazione”.
A fronte di un degrado della costa sempre più elevato a causa della crescente pressione
antropica si è ricorsi, in un primo tempo alla semplice difesa degli abitati
con manufatti e scogliere e più recentemente con ripascimenti.
La necessità di spazi costieri di pregio unitamente ad una maggiore sensibilità
ambientale anche della comunità tecnico-scientifica ha consentito, negli anni
’90 di pianificare gli usi del territorio e programmare interventi di riqualificazione.
Il terzo millennio vede per i litorali la verifica dello sviluppo sostenibile
(Agenda 21) e l’applicazione della certificazione di qualità.
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Autore: Giuliano Fierro
Dipartimento per lo Studio del Territorio e delle sue Risorse – Università di Genova
C.so Europa 26 - 16132 Genova
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