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Articolo pubblicato il 17-03-2005
di Marina Pinto

Numero 14 - Anno 2
17 Marzo 2005





Il tunnel della malattia mentale in Gaetano Donizetti

Come e quanto la malattia può trasformare un uomo? È una domanda a cui non v'è risposta.

Conosciamo tantissimi artisti di opere musicali dalla fantasia vivace e feconda la cui vita fu spezzata inesorabilmente da mali incurabili ed improvvisi, o anche annunciati ma senza possibilità di salvezza, ed oltre che di mali fisici ci furono coloro che soffrirono di nevrosi di tutti i tipi, fobie, allucinazioni, deliri, vaneggiamenti… tantissimi musicisti ne furono le vittime.

Il caso di oggi riguarda Gaetano Donizetti (1797-1848), i cui ultimi tre anni di vita conobbero solo il buio della follia e dell'incoscienza.

In venticinque anni d'attività Donizetti scrisse più di settanta melodrammi, oltre che ad un cospicuo numero di canzoni, arie da camera e composizioni religiose. Una fervida vena creativa ed una sorprendente fecondità musicale furono la sua caratteristica più sorprendente, egli aveva una personalità eclettica e contemporaneamente una fantasia musicale ricchissima, la rapidità nel comporre non aveva in lui un carattere contingente, cioè legato a particolari richieste del teatro, essa era una sua necessità, un bisogno insopprimibile della sua natura di artista, e tutta la sua carriera fu caratterizzata da questa inventiva oltre che da una sorprendente capacità e duttilità di ingegno. Donizetti fu un artista sicuro, immediato, non mancò di vigoroso temperamento drammatico, unito anche ad un certo gusto letterario e poetico non mancante di quel pizzico d'ironia intelligente che contraddistingue molti suoi lavori teatrali.

Ed allora ci chiediamo: come una mente così vivace, così viva e versatile, può annullarsi completamente e perdersi nella nebbia dell'oblio? Questo accadde al compositore, il male esplose nella sua tragica evidenza nell'estate del 1845, quando egli era ancora impegnato nei suoi numerosi viaggi fra Bergamo, Milano, Roma, Napoli, Vienna e Parigi, città dove le sue opere erano nei cartelloni dei teatri più importanti. Da un giorno all'altro la sua vita fu cancellata e nessuna musica risvegliò mai più quel "sonno" in cui la sua mente si ritrovò.

Non si sa se quando questo accadde - Donizetti si trovava a Parigi - un medico curante abbia tempestivamente adottato quelle misure che il caso esigeva, né risultano chiari i sintomi che il musicista accusò in quel frangente, ma egli fu subito ricoverato in una casa di cura nella città francese di Ivry, dove rimase per oltre un anno. La diagnosi fu: paralisi mentale.

Gaetano Donizetti Ma la tristezza desolante di quel luogo, l'uggia della solitudine e le grida dei pazzi che erano lì non fecero che aggravare le sue condizioni, ed egli andava spegnendosi sempre più, quando l'interessamento affettuoso di amici e personalità influenti valse ad ottenere che, dopo un anno intero di internamento, egli lasciasse finalmente quel manicomio e fosse trasportato a Parigi, in un appartamento al n.6 della Avenue Chateaubriand.

Senz'altro questo trasferimento ridiede dignità al musicista e speranza in un qualche miglioramento, fino a che, con l'intervento del fratello Francesco e del nipote Andrea, egli tornò a Bergamo, la sua città natale.

Qui, in un austero palazzo della città alta, Donizetti trovò ospitalità affettuosa presso la contessa Rosa Basoni-Scotti, una sua grande ammiratrice, la quale si prodigò moltissimo per lui, tanto che spesso, nella speranza di risvegliare la mente ottenebrata del malato, ella gli cantava alcuni brani delle sue opere.

Al primo di questi tentativi, atti a destare in lui qualche momentaneo barlume di coscienza, Donizetti alzò una mano, come nell'atto di rammentare… l'accenno di un ricordo si muoveva, forse, tra le nebbie della mente, qualcosa che saliva da lontano, avvicinandosi ai suoni per formulare un pensiero. Un attimo appena, e la sua mano ricadde subito, ritornando immobile, dopo lo sforzo.

Un'altra volta la voce della donna iniziò ad accennare la cavatina della "Linda di Chamonix", ed il maestro accennò di sì con la testa a chi gli chiese se ciò gli faceva piacere. Egli sentiva, dunque, la sua musica gli parlava, ma la sua anima era imprigionata nella paralisi.

Finito il canto, la donna gli disse di aver cantato male, e si scusò con lui per non essere all'altezza della sua grande musica, ma egli la guardò senza mostrare alcuna espressione, tacendo. Dov'era la sua mente in quel momento? Ma, un attimo dopo, quando gli fu chiesto se l'esecuzione fosse stata invece buona, il musicista risponde affermativamente in dialetto bergamasco, la lingua dell'infanzia.

Quando però un tenore si reca a trovarlo - spesso i cantanti andavano a rendergli omaggio - e canta assieme alla contessa il duetto della "Lucia di Lammermoor", Donizetti rimane impassibile, egli sembra non sentire affatto la bellissima melodia, le note di "Verranno a te sull'aure", il canto dell'amor solingo e fedele, non riescono a scuoterlo.

Così il coperchio del suo pianoforte si abbassò per sempre, e lo spirito del grande musicista si spense nel tardo pomeriggio di un giorno di primavera del 1848.


Autore: Marina Pinto

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