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IL MERCURIO NELLE OSSA

Guido Donati* 10 Ago 2026

Gröf 130. Un uomo di poco oltre i quarant’anni. Il femore si ruppe e guarì; sul cranio restano i segni della sifilide. Skriðuklaustur, agosto 2026. Foto dell’autore.


A Skriðuklaustur, in Islanda orientale, un cimitero di monastero conserva la più grande raccolta di scheletri mai scavata nel paese. Nove portano i segni della sifilide. E qualcosa che in Islanda non poteva esserci.

Steinunn Kristjánsdóttir scava a Skriðuklaustur dal 2000. Quell’anno un sondaggio ritrovò il punto esatto dove era sorto il monastero agostiniano: il nome del luogo aveva conservato la memoria — klaustur significa chiostro — ma nessuno sapeva più dove fossero i muri. Lo scavo vero cominciò nel 2002 e finì nel 2012. Vennero fuori la chiesa, il dormitorio, la cucina, le stalle, un pozzo foderato di legno in mezzo alle tombe, e una sala d’infermeria tre volte più grande delle altre stanze.


Il monastero fu fondato nel 1493 e chiuse nel 1554, dopo la Riforma luterana. Sessant’anni. In quei sessant’anni funzionò come ospedale.
Fra gli undicimila reperti ci sono diciotto fra lancette, bisturi e aghi. L’analisi dei pollini mostra che nell’orto si coltivavano piante medicinali, tre delle quali non crescevano spontanee in Islanda. E ci sono i corpi: circa duecentonovantacinque individui, dei quali una novantina sotto i diciotto anni.


La donna della tomba 23


Sul tavolo del Museo Nazionale d’Islanda c’è un cranio con la volta butterata da cicatrici a stella, e accanto una tibia incurvata in avanti. È una donna fra i venti e i venticinque anni, sepolta nel giardino del chiostro. In catalogo è SKR 23.
Le lesioni sono quelle che i manuali di paleopatologia associano alla malattia treponemica in stadio terziario — probabile sifilide venerea. È la formula che gli specialisti usano, ed è più prudente della parola sola: sull’osso si legge la famiglia del batterio, non il nome esatto. Skriðuklaustur resta l’unico sito archeologico islandese dove quella diagnosi sia stata posta con sicurezza. Prima di questi ritrovamenti si riteneva che la sifilide fosse arrivata sull’isola solo in epoca moderna.
I casi identificati sono nove, su un insieme che al momento del conteggio era di centonovantotto scheletri. Otto sono donne. Almeno due mostrano la forma congenita: la malattia passata dalla madre al feto. La più giovane aveva tredici o quattordici anni.


Un minerale che sull’isola non c’è


Nel 2018 un gruppo guidato da Joe W. Walser III ha misurato il mercurio nelle costole di cinquanta individui. Undici stavano sopra la soglia. Chi non aveva lesioni infettive aveva in media 0,190 parti per milione; chi le aveva, 0,540.
Non è contaminazione dal terreno: le ossa animali dello stesso scavo stanno tutte sotto 0,06 ppm, e così i campioni di suolo. Quel mercurio è stato assorbito da persone vive.
E qui la ricerca posa la frase che cambia il senso di tutto il resto. In Islanda non esistono giacimenti di cinabro. Il mercurio a scopo medicinale, quindi, era importato.
È il punto in cui le ossa smettono di parlare di malattia e cominciano a parlare di commercio. Una malattia può arrivare in molti modi. Un minerale che nell’isola non c’è arriva soltanto per nave — e finisce dentro un femore, misurabile in parti per milione, cinquecento anni dopo.
La cura era brutale: vapori di mercurio inalati in una stanza chiusa e riscaldata, unguenti strofinati sulle piaghe più volte al giorno, per mesi o per anni. Chi la somministrava ne respirava quanto chi la riceveva.


L’uomo che si fece pagare in terra


Un documento del Diplomatarium Islandicum registra un barbiere-chirurgo pagato per curare cento islandesi affetti da sifilide. E c’è un nome: Lasarus Mattheusson, tedesco, fatto venire nel 1525 su richiesta del vescovo Ögmundur Pálsson. In cambio della guarigione di cento persone doveva ricevere la fattoria di Skáney, nel Borgarfjörður.
La ebbe. Lo chiamavano Skáneyjar-Lassi. Kristjánsdóttir annota, asciutta, che non pare probabile sia riuscito a guarirli tutti.


Due donne e un uomo


SKR 23, quella del cranio butterato, ha una delle concentrazioni di mercurio più basse di tutto il cimitero: 0,069 ppm. Con la malattia arrivata al terzo stadio, non fu curata. Gli autori elencano le ipotesi e non ne scelgono nessuna: rifiutò il trattamento, non fece in tempo a riceverlo, o morì di altro.
SKR 201, un’altra giovane donna, ha la concentrazione più alta fra tutti gli adulti: 1,823 ppm. Le lesioni le avevano perforato il palato in più punti. I ricercatori scrivono che va considerato se una dose tossica possa aver contribuito a una morte così precoce — nel Cinquecento il dosaggio non era standardizzato.
Una non curata e una curata troppo, nello stesso giardino.
Nella teca accanto c’è il terzo caso. Gröf 130: un uomo di poco oltre i quarant’anni, l’unico maschio fra i nove. Si era rotto il femore, e il femore era guarito — ma altri segni sulle ossa dicono che non visse a lungo dopo. Aveva anche l’artrite. Il mercurio nelle sue costole sta a 0,598 ppm: sopra soglia, dentro il dosaggio moderato. Fu curato, e morì lo stesso.


La casa sopra il cimitero


Nel 1939 lo scrittore Gunnar Gunnarsson, tornato in Islanda dopo trent’anni in Danimarca, si fece costruire a Skriðuklaustur una villa su progetto dell’architetto tedesco Fritz Höger. Tetto di torba, muri di calcestruzzo con dentro il basalto. Nel 1948 la donò allo Stato. Ci visse anni, e la casa oggi è un museo.
Sotto il prato, a pochi passi, c’erano duecentonovantacinque persone. Il nome del posto lo diceva da cinque secoli. Nessuno sapeva più dove guardare.


BIBLIOGRAFIA
Steinunn Kristjánsdóttir, «Icelandic Evidence for a Late-Medieval Hospital: Excavations at Skriðuklaustur», Medieval Archaeology, vol. 54, 2010, pp. 371-381.
Steinunn Kristjánsdóttir, «The Poisoned Arrows of Amor: Cases of Syphilis from 16th-century Iceland», Scandinavian Journal of History, vol. 36, n. 4, 2011, pp. 406-418.
Joe W. Walser III, Steinunn Kristjánsdóttir, Rebecca Gowland e Natasa Desnica, «Volcanoes, Medicine, and Monasticism: Investigating Mercury Exposure in Medieval Iceland», International Journal of Osteoarchaeology, 2018, DOI 10.1002/oa.2712.
Diplomatarium Islandicum (Íslenzkt fornbréfasafn), vol. IX, Reykjavík, Hið íslenska bókmenntafélag, 1909, p. 290.


Si ringrazia per tutte le delucidazioni fornite la dott.ssa Oddný Eir Ævarsdóttir direttore del The Gunnar Gunnarsson Institute

Per ulteriori informazioni sul sito consultate: https://www.skriduklaustur.is/en/ 

 

*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

Ultima modifica il Mercoledì, 12 Agosto 2026 15:15
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