Per sapere come stanno bisogna contarle, e in Europa le contano volontari esperti. Per gli uccelli si fermano in un punto o camminano lungo un percorso fisso durante la stagione della cova e annotano ogni individuo. Per le farfalle percorrono un transetto lungo da duecento metri a tre chilometri, più volte l’anno, e contano quelle che passano dentro un cubo immaginario di cinque metri davanti e sopra di loro e due metri e mezzo per lato. I dati confluiscono in due grandi schemi continentali, il Pan-European Common Bird Monitoring Scheme e l’European Butterfly Monitoring Scheme.
Stanislas Rigal, dell’istituto francese INRAE a Montpellier, e altri trentacinque autori, fra cui Mattia Brambilla della Statale di Milano, hanno preso i conteggi fra il 2000 e il 2021. Per gli uccelli sono 15.731 siti in 27 paesi e oltre sei milioni di misure annuali di abbondanza, da cui sono state scelte le 265 specie più frequenti su 450. Per le farfalle sono 4.959 transetti in 15 paesi, con 144 specie su 318. L’Italia compare fra i paesi degli uccelli, con alcune centinaia di siti. Fra quelli delle farfalle non c’è.
Gli autori hanno legato l’andamento di ogni specie al clima di primavera, all’uso del suolo e all’intensità con cui il suolo viene sfruttato, misurati su celle di un chilometro intorno a ogni sito. I risultati non sono semplici. L’agricoltura ad alta intensità pesa in negativo su 123 specie di uccelli e in positivo su 99, mentre quella a bassa intensità ne sfavorisce 91 e ne favorisce 132. Più alberi coincidono con meno uccelli per 130 specie su 223, e il conto peggiora fra quelle dei campi. Per le farfalle la primavera più calda è stata finora sfavorevole a 83 specie su 135, e un paesaggio più vario ne ha favorite 95.
Poi hanno proiettato tutto al 2050 con uno scenario climatico intermedio, che porta la temperatura globale a circa due gradi in più a metà secolo. Lo scenario di riferimento prolunga le tendenze passate e aggiunge il clima. Il secondo è la cosiddetta strada verde dei percorsi socioeconomici usati dall’IPCC, il più attento all’ambiente fra quelli in uso. Gli altri tre vengono dal quadro Nature Futures dell’IPBES, la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità, e aggiungono obiettivi vicini a quelli europei. Prevedono aree protette sul trenta per cento del territorio, un aumento dell’uno per cento l’anno delle aree naturali fra il 2030 e il 2050, un taglio del trenta per cento dei fertilizzanti azotati di sintesi e tre miliardi di alberi piantati nelle città e nelle campagne meno sfruttate.
In tutti e cinque gli scenari il calo medio degli uccelli e delle farfalle comuni continua, senza fermarsi e senza invertirsi. I tre scenari con più conservazione rallentano la discesa degli uccelli comuni e soprattutto di quelli dei campi, rispetto alla strada verde da sola. Per le farfalle, fra i tre, migliora le cose rispetto al riferimento soltanto lo scenario chiamato Nature as Culture, grazie al paesaggio più vario. La tendenza delle farfalle dei prati non cambia con alcuno dei tre.
La tendenza passata è già pesante. Sulla figura principale dello studio l’indice degli uccelli dei campi scende di oltre un terzo nei primi due decenni del secolo e quello delle farfalle dei prati si dimezza. Gli uccelli del bosco invece crescono, perché in Europa il bosco si allarga.
Gli autori spiegano perché le politiche non bastano. Negli scenari, a parte la riduzione dell’azoto, il modello agricolo resta quello di oggi, e la quota di campi coltivati in modo intensivo cresce in tutti. Anche la quota di foreste gestite in modo intensivo sale, pure negli scenari più verdi. La strada verde da sola, che risparmia terra concentrando la produzione, farebbe sparire circa un terzo delle praterie europee entro il 2050. E l’abbandono dei campi, con gli arbusti che chiudono i prati, compare fra le cause del calo passato insieme all’intensificazione.
Ci sono due paradossi. Il primo riguarda il bosco, che cresce e premia gli uccelli forestali ma coincide con il calo di quelli dei campi. Il secondo riguarda le aree protette, che fanno bene alla maggior parte degli uccelli dei campi mentre per le farfalle del bosco la tendenza vi è peggiore che fuori. Gli autori lo attribuiscono al bosco che si chiude quando si taglia meno, perché la maggior parte delle farfalle vive negli spazi aperti dentro la foresta.
Il beneficio, dove c’è, non cade in modo uguale. Migliora soprattutto l’Europa occidentale e settentrionale, dove però gli uccelli dei campi sono già scesi molto dopo decenni di calo. Nell’Europa orientale, dove il declino si è accentuato con i cambiamenti agricoli portati dalla politica agricola comune, il miglioramento si vede poco. Nell’Europa meridionale gli autori prevedono cali o crescite più deboli per gli uccelli dei campi e del bosco, man mano che l’agricoltura e la selvicoltura a bassa intensità lasciano il posto a metodi più produttivi. Sulle mappe per regioni l’Italia sta in questa Europa del sud. Gli uccelli del bosco, cresciuti in quasi tutta la penisola, negli scenari con più conservazione vanno un po’ peggio che senza.
Il lavoro ha limiti che gli autori dichiarano. I legami trovati sono correlazioni, sostenute da meccanismi già noti ma non dimostrate come cause. Il clima del 2050 potrebbe uscire dall’intervallo osservato negli ultimi vent’anni, e le stime dicono che uno scenario è migliore di un altro più che di quanto sarà il calo. Gli intervalli di confidenza delle tendenze sono larghi e in più casi comprendono lo zero.
La conclusione degli autori va oltre gli uccelli. Tutti gli scenari usati danno per scontata una domanda crescente di cibo, energia e materie prime. Se neppure la strada più verde, rinforzata da obiettivi di conservazione, ferma il calo delle specie comuni, servono quadri diversi, che rimettano in discussione quella domanda, con paesaggi più vari e un altro modello agricolo.
Per l’Italia resta un vuoto da colmare. Gli uccelli comuni si contano, le farfalle, per questo studio, no.
Per ogni fattore, quante specie comuni hanno mostrato fra il 2000 e il 2021 una risposta negativa o positiva, sommando le stime significative e quelle non significative. Più agricoltura a bassa intensità favorisce la maggior parte degli uccelli, più alberi ne sfavoriscono la maggior parte, una primavera più calda pesa sulle farfalle. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Rigal et al., preprint arXiv 2509.18227v2, 2026, paragrafo 2.2.
Bibliografia
Rigal S., Lenormand M., Tardieu L. et al., «Predicted decline in common bird and butterfly species even under conservation policy scenarios in Europe», Nature Ecology & Evolution 10: 1694–1708, 2026. doi:10.1038/s41559-026-03139-6
Rigal S. et al., «Predicted decline in common bird and butterfly species despite conservation policy scenarios in Europe», preprint arXiv 2509.18227, versione 2, 2026. arxiv.org/abs/2509.18227
Rigal S., script e dati prodotti, Zenodo, 2026. doi:10.5281/zenodo.20605816
BioAgora, «Predicted decline in common bird and butterfly species despite conservation policy scenarios in Europe», comunicato, 25 agosto 2026. bioagora.eu

