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Contrastare la pandemia: cosa ci spinge ad avere comportamenti utili
16 Mar 2021 Scritto da Università di Milano Bicocca
Più hanno fiducia in chi governa e nella scienza, più le persone saranno propense ad assumere comportamenti utili al contrasto della pandemia. Al contrario, l’effetto-paura che potrebbe essere indotto dalla diffusione delle cifre relative a contagi e decessi sembra svolgere un ruolo marginale. È ciò che emerge da un lavoro condotto da un team di ricercatori delle Università di Milano-Bicocca, Chieti e Perugia. Lo studio ha coinvolto 23 Paesi di diversi continenti (Europa, nord e sud America, Asia, Australia) ed è stato finanziato dalla “European Association of Social Psychology” col sostegno dell’agenzia di comunicazione “Pomilio Blumm”. I risultati della ricerca, coordinata dalle professoresse Simona Sacchi e Maria Giuseppina Pacilli e dai professori Stefano Pagliaro e Marco Brambilla, sono stati pubblicati sulla rivista “Plos One” (“Trust predicts COVID-19 prescribed and discretionary behavioral intentions in 23 countries” - DOI: 10.1371/journal.pone.0248334).
L’indagine – condotta attraverso questionari somministrati a 6.948 persone in contesti differenti sia sul piano socio-culturale ed economico che per diffusione del Covid-19 – ha riguardato tanto i comportamenti prescrittivi come indossare mascherine, mantenere il distanziamento sociale e rispettare la quarantena, quanto i comportamenti prosociali non obbligatori, come donare a enti di beneficenza e acquistare forniture per le persone in quarantena. Quest’ultimo aspetto è anche quello finora meno indagato. I risultati hanno rivelato che il Paese in cui le persone vivono, così come il numero pubblicizzato di infezioni e di morti per il virus, non sono i predittori più significativi delle intenzioni individuali di impegnarsi in entrambi i tipi di comportamento. Invece, il comportamento è in gran parte predetto dalle differenze individuali nella fiducia riposta nelle persone nel proprio governo, negli altri cittadini e, in particolare, nella scienza. Inoltre, più le persone approvano i principi morali di correttezza e cura, più sono inclini a fidarsi della scienza e, di conseguenza, a mettere in atto comportamenti volti a contrastare la diffusione del Covid-19. Fattori come l’età, il sesso e il livello di istruzione, invece, non influenzano tali risultati.
La prima ondata di SARS-CoV-2 in Lombardia
16 Mar 2021 Scritto da Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr con il Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e la Fondazione E. Amaldi
Le possibili correlazioni a livello regionale tra sintomi e condizioni atmosferiche, meteo e inquinamento, indagate da uno studio condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr con il Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e la Fondazione E. Amaldi, pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health
Da gennaio 2020, milioni di persone in tutto il mondo hanno contratto il virus SARS-CoV-2 con un tasso medio di mortalità compreso tra il 2% e il 5%. Tuttavia, alcune aree del mondo hanno presentato un tasso di contagio superiore alla media. La Lombardia appartiene a queste aree con circa il 40% dei contagi dell'intero paese (durante la prima ondata dell’epidemia) e un tasso di crescita dell'infezione, nelle 24 ore, superiore al resto delle regioni italiane. Lavori recenti hanno ipotizzato che la presenza di inquinanti atmosferici quali particolato (PM10, PM2,5), ossidi di azoto e di zolfo, e le condizioni meteorologiche come temperatura, grado di umidità, velocità del vento, possano condizionare la stabilità di MERS-CoV e SARS-CoV-1 ed è ipotizzabile un simile effetto anche per il SARS-CoV-2.
Nello studio pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health e condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismn), dal Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e dalla Fondazione E. Amaldi, si è indagata la possibile correlazione tra inquinamento atmosferico, dati meteorologici e focolai COVID-19 sviluppatisi nell’area della Regione Lombardia. In questo studio sono stati analizzati i dati epidemiologici forniti giornalmente da Istituto superiore di sanità e Protezione civile, riportando la distribuzione geografica nelle 12 province lombarde durante la prima ondata dell’epidemia (dal 24 febbraio al 31 marzo 2020). Nel periodo analizzato è emerso che oltre il 63% dei 42.283 contagiati registrati in tutta la regione erano concentrati nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. Più in generale, mentre a livello nazionale il rapporto medio tra casi infetti e popolazione era di circa lo 0,21%, in Lombardia era il doppio (0,42%).
Nuovo studio rivela gli effetti del tracciamento digitale in combinazione con altri interventi non-farmaceutici sul controllo della pandemia di COVID-19
15 Mar 2021 Scritto da Università degli studi di Torino
Il lavoro, frutto di una collaborazione tra Fondazione Bruno Kessler, Fondazione Isi - Torino, Università di Torino e di altri istituti di ricerca stranieri, è stato pubblicato sull’autorevole rivista Nature Communications. I risultati analizzano in quali casi le strategie di isolamento e il digital contact tracing via app possono aiutare il contenimento di focolai riemergenti.
Uno studio innovativo sull’effetto e sul ruolo del tracciamento digitale dei contatti durante la pandemia di COVID-19 e di diverse politiche di adozione e integrazione del sistema con altri interventi non-farmaceutici è stato recentemente pubblicato sull’autorevole rivista Nature Communications. Il lavoro è frutto di una collaborazione guidata dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, insieme al Politecnico di Losanna (EPFL), la Technical University di Copenaghen (DTU), l’Università di Aix-Marsiglia, la Fondazione ISI – Torino e l’Università degli Studi di Torino. Fra gli autori figurano diversi ricercatori che hanno contribuito al protocollo DP-3T per il tracciamento privacy-preserving dei contatti, a cui è ispirato il sistema di exposure notification di Apple e Google usato da molte delle app nazionali di tracciamento, inclusa quella italiana.
Covid-19, Magi: "Lazio 'rosso' garantisce assistenza sanitaria a tutti"
15 Mar 2021 Scritto da Omceo Comunicato
"Le misure restrittive che riguardano la nostra regione sono fondamentali per garantire a tutti i pazienti un'adeguata assistenza sanitaria". Cosi' il presidente dell'Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi, intervistato da Tele Radio Stereo.
"Voglio ricordare- ha aggiunto- che oltre ai pazienti Covid, con conseguente aumento di ricoveri e terapie intensive, esistono gli altri malati, e anche a loro il Servizio sanitario nazionale deve garantire piena assistenza".
"Sarebbe fondamentale in questo momento- ha poi concluso- avere la capacita' di essere performanti al cento per cento in tema di vaccinazioni. Questo aiuterebbe molto il nostro Servizio sanitario nazionale, evitando che vada in crisi".
ASTRAZENECA, AUTOPSIE AIUTERANNO A FARE CHIAREZZA - "Bisogna sicuramente andare fino in fondo per accertare le cause di questi decessi. Sembra pero' che si tratti di un lotto di vaccino ben preciso, un lotto austriaco, segnalato prima in Danimarca e poi distribuito in altre parti del mondo e anche in Italia. E' necessario capire cosa sia realmente accaduto prima di affermare con certezza che quanto accaduto sia legato a un evento avverso provocato dal vaccino. Lo sapremo a breve. Se parliamo di grandi numeri, al momento sappiamo che non si sono verificati altri casi simili" ha detto ancora il presidente dell'Omceo Roma parlando del blocco precauzionale per un lotto di vaccini AstraZeneca.
Dal cromosoma X indicazioni sulle cause della colangite biliare primitiva
12 Mar 2021 Scritto da Università degli studi di Milano Bicocca
Lo studio condotto da un team internazionale di ricercatori segna un importante passo in avanti verso la comprensione delle cause della colangite biliare primitiva (CBP). Il lavoro è stato coordinato dagli esperti dell’Università di Milano-Bicocca e del Centro delle Malattie Autoimmuni del Fegato dell’Ospedale San Gerardo di Monza, da anni impegnati a studiare questa malattia, e da genetisti dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. I curatori della ricerca hanno indagato il contributo del cromosoma X all’architettura genetica della patologia del fegato.
Come la maggior parte delle malattie autoimmuni, la CBP è una patologia che colpisce soprattutto il sesso femminile, con un rapporto tra femmine e maschi affetti di 9 a 1. Dagli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso molti medici e scienziati si sono dedicati a studiare gli ormoni sessuali, quali l’estrogeno ed il progesterone, per spiegare questa marcata preponderanza femminile senza però ottenere una chiara spiegazione. Per questo motivo gli studi si sono poi estesi anche ai cromosomi sessuali.
Lo studio “X chromosome contribution to the genetic architecture of primary biliary cholangitis” (DOI: 10.1053/j.gastro.2021.02.061) è stato pubblicato dalla rivista “Gastroenterology”. Grazie al contributo di colleghi di istituzioni sanitarie e istituti di ricerca del Regno Unito, del Giappone, della Cina e del Canada, i ricercatori di Milano-Bicocca e Humanitas University hanno raccolto ed esaminato i dati genetici relativi a 5.244 casi, compresi quelli di pazienti italiani. Applicando per la prima volta un metodo di analisi chiamato XWAS e sviluppato proprio per identificare in modo adeguato possibili associazioni genetiche nel cromosoma X, sono emerse associazioni con geni come il gene “FOXP3” che, se difettosi, possono alterare le normali funzioni delle nostre difese immunitarie, portandole ad “auto-aggredirci” e quindi a causare la CBP ed autoimmunità.
Fegato grasso: la mutazione di una proteina predice la fibrosi epatica nei bambini e negli adulti
12 Mar 2021 Scritto da Ospedale pediatrico Bambino Gesù
La scoperta dei ricercatori del Bambino Gesù pubblicata su EbioMedicine. Ricadute su diagnosi precoce e strategie terapeutiche.
La mutazione di una proteina predice l’insorgenza della fibrosi epatica nei bambini e negli adulti obesi e con fegato grasso. La scoperta è frutto di una ricerca coordinata dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e condotta insieme alla Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica EbioMedicine del gruppo Lancet. La proteina mutata si chiama klotho-beta (KLB) e normalmente svolge un ruolo importante nella digestione e nell'assorbimento di grassi e vitamine. La sua mutazione in pazienti obesi con fegato grasso è associata 7 volte su 10 a infiammazione e fibrosi epatica.
OBESITA’ E FEGATO GRASSO
L'obesità è uno dei principali problemi mondiali sia nei bambini che negli adolescenti. L'aumento del numero dei bambini con sovrappeso e obesità nei Paesi industrializzati ha portato al parallelo aumento di casi di fegato grasso o steatosi epatica non alcolica (NAFLD). Negli ultimi vent'anni infatti la steatosi ha raggiunto proporzioni epidemiche anche tra i più piccoli diventando la patologia cronica del fegato di più frequente riscontro nel mondo occidentale. Il fegato grasso colpisce infatti tra il 5 e il 15% della popolazione pediatrica generale, ma arriva al 30-40% tra i bambini e i ragazzi obesi. È determinata dall'accumulo di grasso all'interno delle cellule del fegato e può evolvere nel tempo, se non trattata adeguatamente, verso l'infiammazione cronica del fegato (steatoepatite non alcolica, NASH), fino alla fibrosi epatica o al carcinoma del fegato anche in età giovanile.
LO STUDIO
I ricercatori dell’Ospedale hanno dimostrato come sia i bambini che gli adulti obesi e con fegato grasso che presentano la mutazione descritta nella proteina klotho-beta (KLB) siano maggiormente soggetti a sviluppare la fibrosi epatica. KLB svolge un ruolo fondamentale all’interno del sistema (FGF19) che controlla la produzione degli acidi biliari che servono a facilitare la digestione e l'assorbimento dei grassi e delle vitamine. La mutazione di KLB in pazienti obesi con fegato grasso causa la riduzione dei livelli epatici e circolanti della proteina ed è associata 7 volte su 10 ad infiammazione e fibrosi epatica. Si tratta di un’incidenza quasi doppia rispetto alla popolazione che non presenta la mutazione. Lo studio ha coinvolto 249 bambini seguiti dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e 1.111 adulti seguiti dalla Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico. La mutazione del gene KLB come marcatore predittivo dell’evoluzione del fegato grasso in fibrosi epatica nei bambini era stata individuata dai ricercatori dell’Ospedale in un precedente studio pubblicato sulla rivista Journal of Hepatology. Lo studio aveva evidenziato il ruolo di KLB negli squilibri della cellula epatica che si osservano nei bambini con fegato grasso. I risultati ottenuti suggerivano inoltre come il ripristino del normale funzionamento di KLB potesse rappresentare un nuovo bersaglio terapeutico. Con questo nuovo lavoro si è confermata la validità del nuovo biomarcatore predittivo anche negli adulti.
GLI SCENARI FUTURI
Per gestire al meglio i pazienti con fegato grasso sono importanti una diagnosi il più precoce possibile e il costante monitoraggio della progressione della malattia verso le sue forme più severe.
L’individuazione di marcatori biologici legati al fegato grasso offre un contributo sia sul fronte della diagnosi che del follow-up. Le tecniche attraverso cui molti di essi vengono analizzati sono poco costose e mini-invasive. L’Ospedale Bambino Gesù sta lavorando affinché questo nuovo marcatore venga inserito nei kit diagnostici attualmente in commercio. L’analisi del nuovo marcatore potrebbe risultare importante anche per la scelta delle migliori strategie terapeutiche. Esistono infatti diverse terapie molecolari per il fegato grasso attualmente in fase di studio la cui efficacia potrebbe essere condizionata dalla presenza di questa mutazione.
Polveri sottili e sclerosi multipla: dimostrato effetto su neuroinfiammazione e riparazione mielina
12 Mar 2021 Scritto da Università degli studi di Torino
I ricercatori del NICO - Università di Torino hanno dimostrato per la prima volta gli effetti negativi dell’esposizione al PM sulle capacità rigenerative del tessuto nervoso.
Secondo l’OMS causa la morte prematura di circa 4 milioni di persone nel mondo ogni anno. Ma l'esposizione cronica ad alti livelli di polveri sottili - il famoso PM (particulate matter) - è anche associata a una prevalenza della Sclerosi Multipla in alcune popolazioni. In particolare nei grandi centri urbani, dove i picchi di PM precedono sistematicamente i ricoveri ospedalieri dovuti all'esordio o alla recidiva di patologie croniche autoimmuni, tra cui la Sclerosi Multipla, come dimostrano numerosi studi epidemiologici. A oggi restano tuttavia da chiarire i meccanismi con cui l'esposizione al PM eserciti un effetto sul sistema nervoso centrale.
Grazie a un progetto pilota finanziato da AISM e la sua Fondazione FISM - Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, le ricercatrici del NICO - Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino hanno chiarito per la prima volta che l’esposizione al PM ha effetti negativi sulle capacità rigenerative del tessuto nervoso, e in particolare della mielina, il rivestimento degli assoni che – se danneggiato, come avviene nella SM – compromette la trasmissione delle informazioni fra i neuroni.
Come la pandemia COVID-19 cambia la capacità di leggere il volto umano
12 Mar 2021 Scritto da Università degli studi di Torino
Studio promosso da UniTo ha coinvolto 122 soggetti con il compito di giudicare lo stato emotivo e il grado di affidabilità espresso da alcune fotografie di volti. Il lavoro, che riflette sull'opportunità di un impiego più diffuso delle mascherine trasparenti, è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
Uno studio, nato in seno al progetto europeo FACETS dell’Università di Torino, ha analizzato in che modo la pandemia di Covid-19 ha cambiato la capacità di leggere il volto ed è stato appena pubblicato sull’autorevole rivista Scientific Reports (del gruppo Nature). La ricerca si basa su un esperimento di psicologia sociale, svolto online durante la primavera 2020, che ha coinvolto 122 soggetti, che avevano il compito di giudicare lo stato emotivo e il grado di affidabilità espresso da alcune fotografie di volti.
Attività motoria rimedio essenziale contro l’ansia e la depressione da lockdown
12 Mar 2021 Scritto da Redazione
Pubblicati sulla rivista PLOS ONE i risultati dell’indagine IO CONTO 2020 condotta fra studenti e dipendenti di alcuni atenei italiani tra cui Pisa
Se durante il lockdown dello scorso anno le persone avessero potuto mantenere gli stessi livelli di attività motoria, si sarebbero potuti evitare fino al 21% dei casi gravi di ansia o depressione. È questo il risultato più rilevante dell’indagine “IO CONTO 2020” condotta fra studenti e dipendenti delle università di Pisa, Firenze, Torino, Genova e Messina ora pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, nell’articolo “Psychological distress in the academic population and its association with socio-demographic and lifestyle characteristics during COVID-19 pandemic lockdown: results from a large multicenter Italian study.”
Lo studio, coordinato dall’Università di Pisa (Laura Baglietto, Marco Fornili e Davide Petri del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale e Carmen Berrocal del Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell'Area Critica), ha consentito di raccogliere informazioni relative allo stile di vita della popolazione universitaria durante il lockdown tra aprile e maggio 2020 tramite un sondaggio online a cui hanno partecipato 18.120 tra studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo delle università partecipanti.

Un’indagine di ricerca psicosociale, condotta dal gruppo Musa dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr su studentesse e studenti delle scuole secondarie di secondo grado italiane, ha identificato i fattori di rischio e protettivi rispetto al coinvolgimento in questi fenomeni. Lo studio è pubblicato sulla rivista internazionale International Journal of Environmental Research and Public Health
Un’indagine condotta nell’ambito delle attività di ricerca del progetto Osservatorio sulle Tendenze Giovanili del gruppo Mutamenti sociali, valutazione e metodi (Musa) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpps), attraverso un approccio di tipo psicosociale, ha identificato i fattori di rischio e di protezione rispetto alla probabilità di essere coinvolti nei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo come attori, vittime o spettatori. Lo studio ha coinvolto un campione di 3.273 studentesse e studenti italiani e analizzato l’influenza sui fenomeni di violenza di un considerevole numero di variabili afferenti alle dinamiche relazionali degli adolescenti e ai condizionamenti sociali che regolano atteggiamenti e comportamenti giovanili. Lo studio è stato pubblicato su International Journal of Environmental Research and Public Health.

