“L'obesità e le sue comorbidità sono strettamente legate alla prognosi più grave del COVID-19, e un aspetto poco considerato nell’affrontare l’emergenza è che una corretta consulenza nutrizionale costituisce una priorità per affrontare la pandemia di COVID-19, al fine di ridurre il rischio di infezione e le relative complicanze”.

Lo afferma il prof. Massimiliano Caprio, responsabile dell’Unità Endocrinologia cardiovascolare dell’IRCCS San Raffaele Roma, coautore di un articolo pubblicato dalla rivista Journal of Translational Medicine, citato peraltro dal sito web americano "EatThis, NotThat" (www.eatthis.com).

 Le diete chetogeniche si sono dimostrate efficaci per una rapida riduzione della massa grassa e delle complicanze metaboliche dell'obesità, preservando la massa magra e fornendo uno stato nutrizionale adeguato. "Possono avere un ruolo importante nella modulazione dell'immunità innata e di quella adattativa, determinando effetti benefici sull'infiammazione cronica di basso grado, potendo prevenire il rischio di tempesta citochinica del COVID-19. Inoltre – prosegue il prof. Caprio - le diete chetogeniche potrebbero essere protettive durante l'infezione da Sars-COV2 grazie agli effetti antinfiammatori e immunomodulanti dei corpi chetonici. Questo è stato dimostrato in studi preclinici. Per questo motivo, diversi studi clinici sono attualmente in corso, utilizzando diete chetogeniche eucaloriche in pazienti con malattia COVID-19”.

 


Fino al 16 aprile 2021 la rivista Elsevier offre l’accesso gratuito all’articolo “Direct imaging evidences of metal inorganic contaminants traced into cigarettes”. Nel lavoro, un team di ricercatori della Sapienza coordinato da Giuseppe Familiari, ha analizzato la presenza di sostanze nocive nelle sigarette tradizionali e nelle nuove sigarette heat-not-burn, valutandone così l’impatto ambientale
Fino al 16 aprile 2021 la rivista Elsevier offre l’accesso gratuito all’articolo “Direct imaging evidences of metal inorganic contaminants traced into cigarettes”. Nel lavoro, un team di ricercatori della Sapienza, coordinato da Giuseppe Familiari del Dipartimento di Scienze anatomiche, istologiche, medico legali e dell'apparato locomotore, ha analizzato la presenza di sostanze nocive nelle sigarette tradizionali e nelle nuove sigarette heat-not-burn, valutandone così l’impatto ambientale.


Una possibilità per individuare il tumore nelle fasi iniziali potrebbe venire dalle nanotecnologie. I risultati dello studio coordinato dal Dipartimento di Medicina molecolare sono stati pubblicati sulla rivista Cancers
Si chiama “corona proteica” ed è uno strato di proteine che si forma su nanoparticelle messe in contatto con un liquido biologico. Il gruppo di ricerca coordinato da Giulio Caracciolo del Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza Università di Roma, se ne occupa da una decina d'anni e grazie a un piccolo studio pilota, pubblicato sulla rivista Cancers, ha mostrato che l'accoppiamento tra i livelli di emoglobina nel sangue e l'analisi della corona proteica che si forma per contatto tra nanoparticelle di ossido di grafene e plasma sanguigno potrebbe essere usato per la diagnosi precoce del tumore del pancreas.

“C'è grande bisogno di strumenti efficaci per la diagnosi precoce di alcuni tumori - commenta Giulio Caracciolo - e in particolare dell’adenocarcinoma del pancreas, molto difficile da individuare nelle fasi iniziali. Molti approcci si stanno concentrando sull'analisi in contemporanea di più marcatori, ma nessuno si è rivelato definitivo. Forti della nostra esperienza nell'ambito delle nanotecnologie abbiamo quindi pensato a un approccio differente basato sulla corona proteica, che permette un'analisi generale, a colpo d'occhio, di tutto il proteoma che si trova in un liquido biologico, in questo caso il plasma”.


Miscelando acqua ossigenata per uso domestico con l'acido citrico contenuto nel succo di limone si può ottenere un liquido con proprietà virucide attivo contro il coronavirus del COVID-19


L’impiego di acido citrico in formulazioni disinfettanti a base di acqua ossigenata ne esalta l’efficacia per l’inattivazione del SARS-CoV-2 presente sulle superfici. Lo studio condotto dall'Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta” del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Scitec) con l’Ospedale universitario “Luigi Sacco” di Milano è stato pubblicato su ACS Chemical Health and Safety.

La lotta alla pandemia di COVID-19 vede l’impiego di massicce quantità di soluzioni disinfettanti contenenti alcol o ingredienti a base di cloro attivo, molti studi stanno però mostrando come un uso eccessivo e non responsabile di questi prodotti possa portare alla formazione di sottoprodotti potenzialmente nocivi generati dall’interazione del principio attivo disinfettante con il materiale organico presente nell’ambiente.

“Il perossido di idrogeno acquoso al 3%, che tutti conosciamo come acqua ossigenata tra i prodotti da banco in farmacia, presenta molti meno problemi in termini di produzione di sostanze pericolose indesiderate”, afferma Matteo Guidotti, ricercatore dell'Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta” del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Scitec) e coordinatore della ricerca condotta in collaborazione con l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e pubblicata sulla rivista statunitense ACS Chemical Health and Safety. “Un eventuale eccesso di acqua ossigenata si degrada rapidamente in acqua e ossigeno gassoso senza generare inquinanti ambientali di rilievo”. Questo principio attivo presenta però una scarsa attività virucida se usato tal quale, mentre con l’aggiunta di additivi semplici ed economici che modificano il pH della soluzione igienizzante per avere un ambiente moderatamente acido o basico è possibile ottenere una inattivazione efficace del virus SARS-CoV-2 in tempi brevi.

 


Scoperto un accumulo di ferro nella corteccia motoria dei pazienti affetti da SLA: come la Risonanza Magnetica Nucleare può dimostrarlo e fornire un biomarcatore utile alla diagnosi precoce della malattia.
Fino a non molti anni fa la diagnosi di SLA era affidata a superspecialisti della malattia, spesso escludendo altre patologie degenerative del sistema nervoso, non esistendo analisi specifiche per essa. Oggi, con i progressi della ricerca biomedica, le cose stanno fortunatamente cambiando. La definizione di biomarcatori utili alla diagnosi della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) rappresenta del resto un obbiettivo determinante per formulare una precoce e sicura diagnosi ed avviare al più presto il paziente alla terapia più corretta e personalizzata. Con un contributo collaborativo del Policlinico di Milano, IRCCS Istituto Auxologico Italiano ed Università degli Studi di Milano ora siamo più vicini all’obbiettivo.

La suscettibilità magnetica della corteccia motoria frontale dei pazienti affetti da SLA può essere misurata automaticamente e risulta alterata e correlabile con la sofferenza del I° motoneurone, uno dei due elementi responsabili della SLA accanto alla degenerazione del II° motoneurone.
“Il contributo di un gruppo di lavoro che si è affiatato negli anni – afferma il prof. Vincenzo Silani, professore ordinario di neurologia dell’Università di Milano e primario di neurologia dell’Auxologico – oggi si realizza con un prestigioso lavoro pubblicato dall’European Radiology che trova in un ricercatore molto valido del Policlinico di Milano, il dott. Giorgio Conte, il primo autore. La SLA polarizza la nostra attenzione da anni e la ricerca di biomarcatori è stata spasmodica: la possibilità di eseguire oggi una Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) ed avere una informazione così rilevante accende la possibilità di una diagnosi precoce nonché la conferma mdiagnostica con un biomarcatore neuroradiologico alla portata di tutti”. “Negli ultimi anni abbiamo focalizzato la nostra attenzione sull’accumulo di ferro nella corteccia motoria dei Pazienti affetti da SLA – conferma il dott. Giorgio Conte - Questo fenomeno può essere studiato mediante tecniche avanzate di RMN, in particolare lo studio quantitativo della suscettibilità magnetica.


Una task force della World Sleep Society ha redatto una rivisitazione delle linee guida per la diagnosi delle apnee notturne negli adulti. Tra gli esperti che compongono la task force c’è Giuseppe Insalaco, responsabile del Centro per la diagnosi e cura dei disturbi respiratori nel sonno dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica (Cnr-Irib) di Palermo. I risultati di questo lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Sleep Medicine
La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSA) è un disturbo caratterizzato da pause nella respirazione durante il sonno, dovute all’ostruzione parziale o totale delle prime vie aeree. Questa condizione, che interessa oltre 500 milioni di soggetti nel mondo e circa 4 milioni in Italia, determina una serie di conseguenze cardiache e respiratorie che, se non diagnosticamente precocemente e correttamente, possono portare a conseguenze molto gravi per la salute di centinaia di migliaia di persone. “La World Sleep Society (WSS) ha l’obiettivo di promuovere la salute del sonno in tutto il mondo e gli scambi internazionali tra ricercatori che si occupano di medicina del sonno.

Un paziente con una grave patologia epatica in attesa di trapianto e la disponibilità di un fegato compatibile: un abbinamento complesso e un intervento salvavita che a Niguarda si è potuto realizzare per ben 118 volte nel 2020, nonostante l’emergenza pandemica.

Lo scorso 5 febbraio si è aggiunto un importante tassello a questo già delicato processo: un paziente di 47 anni con cirrosi scompensata, guarito da COVID-19 a novembre senza complicanze, ha ricevuto un trapianto di fegato da donatore con in atto infezione da SARS-CoV-2.

Si tratta del primo trapianto di questo tipo effettuato in Lombardia e per ora anche a livello nazionale la casistica conta pochi casi. Il protocollo specifico per questa tipologia di trapianti, infatti, è stato adottato dal Centro Nazionale Trapianti il 1 dicembre, ma è possibile attuarlo solo con un attento monitoraggio dei pazienti in lista di attesa.

Ricoverato a Niguarda in urgenza per l’aggravamento della problematica epatica, il paziente è stato sottoposto prima di tutto al tampone rinofaringeo per escludere la presenza del virus e, quindi, a un esame sierologico completo che ha permesso di verificare la presenza di un numero adeguato di anticorpi protettivi.


Ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) in collaborazione con la University of Otago e l’Australian National University, hanno scoperto che componenti della via biochimica controllata da Wnt, una famiglia di glicoproteine, potrebbero essere un bersaglio terapeutico di composti anti-tumorali. Lo studio è stato sostenuto da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista eLife
Secondo i dati dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum) in collaborazione con l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), si stima che in Italia nel 2020 siano stati diagnosticati circa 1.030 nuovi casi di tumore al giorno e che il numero totale proiettato sull’intero anno sia di oltre 376.000.

 

Lo studio padovano unico al mondo su «European Heart Journal»


L’infezione da Sars-Cov2 può presentarsi in modo serio e con complicanze importanti anche nei bambini piccoli che non presentano patologie preesistenti. Questo quanto emerge dallo studio Inflammatory syndrome in children associated with COVID-19 complicated by acute myocardial infarction coordinato dal professore Giovanni Di Salvo (con Elena Reffo e Valentina Stritoni) e pubblicato su «European Heart Journal», la più autorevole rivista cardiologica al mondo. Bambino di 4 anni, precedentemente sano, viene ricoverato per febbre, congiuntivite e rush cutaneo presso l’Ospedale di riferimento territoriale della propria residenza.

 


Uno studio internazionale coordinato dall'Università di Siena e che ha coinvolto, in Italia, tra gli altri centri, anche la Sapienza Università di Roma, dimostra che alcune varianti genetiche rendono il recettore del testosterone meno funzionante, predisponendo gli individui di sesso maschile a sviluppare una malattia da COVID-19 molto più grave.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista EBiomedicine, del gruppo Lancet, e condotto in una casistica di più di 600 maschi infetti dal virus SARS-CoV-2, pone le basi per futuri trials clinici sull'uso del testosterone in pazienti portatori di queste varianti.

"Che il testosterone fosse un importante modulatore del sistema immunitario e potenzialmente implicato nell'associazione tra COVID-19 e diabete, era noto - spiega Andrea Isidori, del Dipartimento di Medicina sperimentale della Sapienza - ma gli studi precedenti mostravano dati contrastanti”.

 

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