L'Africa ha perso i suoi giganti perché ne nascevano pochi: 23 milioni di anni di fossili di ungulati

Guido Donati 15 Ott 2026



Juan L. Cantalapiedra e altri dieci paleontologi hanno ricostruito la storia di 396 specie di ungulati africani da 3.327 ritrovamenti fossili. Gli erbivori sopra la tonnellata si estinguevano meno degli animali piccoli. Nascevano però molto meno, e l'aridità degli ultimi cinque milioni di anni li ha frenati ancora. Nature Communications, 31 luglio 2026.

 

Effetto stimato del cambiamento ambientale sulla velocità di speciazione degli ungulati africani: circa più 50 per cento nelle specie sotto i 180 chili, circa meno 20 per cento nei megaerbivori sopra i mille chili. Valori approssimati riportati dagli autori.
Credito: Elaborazione di Scienzaonline su dati di Cantalapiedra J. L. et al., Nature Communications 2026, doi 10.1038/s41467-026-76105-2 (articolo con licenza CC BY 4.0).

 

Circa 7,2 milioni di anni fa, in Africa, le specie di ungulati cominciarono a nascere e a scomparire più in fretta. Ungulati sono gli erbivori con gli zoccoli, dalle antilopi ai rinoceronti, dalle giraffe agli ippopotami. Da allora i giganti, gli erbivori che superano i mille chili, sono diventati sempre meno.

Juan L. Cantalapiedra, del Museo nazionale di scienze naturali di Madrid e dell'Università di Alcalá, e dieci colleghi hanno cercato di capire perché. Il lavoro è uscito su Nature Communications il 31 luglio 2026. Il gruppo ha messo insieme 3.327 ritrovamenti fossili verificati di 396 specie, distribuiti su circa 23 milioni di anni.
Una specie può sparire in due modi dal conto della diversità. Può estinguersi più spesso, oppure possono nascerne meno. La domanda è quale dei due abbia pesato sui giganti. Per rispondere gli autori hanno usato un modello di nascita e morte delle specie che lavora sulle date di comparsa e di scomparsa nei sedimenti e stima le due velocità nel tempo. Il modello, chiamato BDNN, usa una rete neurale per lasciare che i caratteri degli animali e il clima cambino quelle velocità, anche in modo non lineare. Gira nel programma PyRate, scritto da Daniele Silvestro, uno dei coautori.
I caratteri sono due. Il peso, diviso in sei classi. E l'altezza della corona dei denti, bassa, media o alta. Un dente a corona alta resiste all'usura dell'erba e della polvere. Le combinazioni danno 18 forme ecologiche. Il clima entra con due misure prese dalle carote dei fondali marini al largo dell'Africa. La quantità di polvere portata dal vento indica l'aridità. La composizione isotopica del carbonio nelle cere delle foglie indica l'espansione delle erbe tropicali.


Il quadro generale è questo. Dopo 7,2 milioni di anni fa nascita ed estinzione accelerano insieme. Dopo 3,6 milioni di anni fa la nascita di specie smette di crescere. All'inizio del Pleistocene, 2,58 milioni di anni fa, le estinzioni salgono di colpo e la diversità cala in tutte le famiglie.
Il fattore che pesa di più sulle estinzioni è l'aridità. Da sola triplica la velocità con cui le specie scompaiono. Al picco dell'aridità le estinzioni superano le nascite di circa due volte. Le specie grandi, però, resistono meglio. A quel picco una specie sotto i 45 chili si estingue solo il 15 per cento più spesso di una oltre la tonnellata, e intanto ne nascono 2,2 volte di più. In 88 casi su cento fra le simulazioni del modello la risposta delle estinzioni è più debole nelle classi di peso alte. Anche i denti a corona alta, scrivono gli autori nel riassunto, si associano a meno estinzioni.


Il punto debole dei giganti sta nella nascita. Nei grandi erbivori la speciazione, cioè la comparsa di specie nuove, è bassa già di suo. Il cambiamento ambientale ha accelerato la speciazione di circa il 50 per cento negli animali sotto i 180 chili e l'ha rallentata di circa il 20 per cento nei megaerbivori. In alcune famiglie l'aridità degli ultimi cinque milioni di anni l'ha frenata ancora. Il titolo del paper lo dice senza giri. Pesò la speciazione più bassa, non l'estinzione più alta.
E l'uomo? Il modello non contiene un fattore umano. Gli autori scrivono che la diversità e l'abbondanza dei megaerbivori africani calavano già intorno a quattro milioni di anni fa, molto prima che gli ominini potessero cacciarli o cambiare il paesaggio. Nell'ultima fase, gli ultimi 130.000 anni circa, il modello non trova estinzioni che colpiscano in base alla taglia. Gli autori ammettono che la caccia possa aver contribuito a singole scomparse, ma non alla perdita di intere nicchie ecologiche. Altrove, nelle Americhe e in Australia, il dibattito sul ruolo umano è diverso, e il paper non lo tocca.


I limiti sono dichiarati. Le misure del clima sono medie su ampie aree e non vedono le differenze regionali. Prima di cinque milioni di anni fa i dati ambientali sono scarsi. I fossili vengono soprattutto da ambienti di savana. Gli intervalli di credibilità, la misura bayesiana dell'incertezza, sono larghi, e gli autori sconsigliano di estendere i risultati sulla taglia a epoche molto più antiche.
La versione pubblicata il 31 luglio non conteneva la sezione sui finanziamenti. È stata aggiunta in seguito, e Crossref registra un aggiornamento il 9 settembre 2026. Il lavoro è sostenuto da fondi pubblici spagnoli, europei, tedeschi, svedesi, finlandesi e svizzeri. Gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse. Dati e codice sono depositati e aperti.
Un rinoceronte vive a lungo, fa pochi figli e occupa molto spazio. Questi caratteri lo proteggevano dall'estinzione. Gli stessi caratteri, su milioni di anni, rendevano rara la nascita di specie nuove.

 

Bibliografia
Cantalapiedra Juan L., Lazagabaster Ignacio A., Blanco Fernando, Hauffe Torsten, Bibi Faysal, Ríos María, Mennecart Bastien, Saarinen Juha, Silvestro Daniele, Hernández Fernández Manuel, Sanisidro Oscar, «Lower speciation, not higher extinction, drove African megaherbivore diversity collapse», Nature Communications, 17, 1, 9373, 31 luglio 2026 (ricevuto il 4 agosto 2025, accettato il 17 luglio 2026; aggiornato il 9 settembre 2026 con l'aggiunta della sezione sui finanziamenti), accesso aperto, licenza CC BY 4.0. doi: 10.1038/s41467-026-76105-2
Dati di tratti, filogenesi e ritrovamenti: figshare, doi: 10.6084/m9.figshare.29589368; codice PyRate: github.com/dsilvestro/PyRate




Ultima modifica il Venerdì, 16 Ottobre 2026 10:36
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