Un gene per sconfiggere la muffa grigia: nemico numero uno di oltre 200 specie di piante

Uno studio internazionale, coordinato dal Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin di Sapienza, identifica un nuovo gene capace di contrastare l’invasione dei patogeni fungini e in particolare di Botrytis cinerea, responsabile della muffa grigia in numerose specie vegetali tra le quali la vite, il pomodoro e la fragola. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Molecular Plant Pathology, aprono a nuove possibilità in ambito agronomico per lo sviluppo di varietà più resistenti senza l’uso di pesticidi pericolosi
Nel settore agronomico i patogeni delle piante rappresentano un grave problema in quanto causano ingenti perdite dei raccolti e in alcuni casi intossicano i cibi di origine vegetale secernendo micotossine potenzialmente pericolose anche per la salute dell’uomo.
Fra gli invasori più comuni e conosciuti vi è la botrite o anche detta la muffa grigia per la peluria cenerina che ricopre la superficie delle foglie facendole seccare e appassire rapidamente.
Per limitare i danni causati da questi patogeni, l’approccio maggiormente utilizzato è il trattamento estensivo con pesticidi, purtroppo con gravi conseguenze sull’inquinamento del suolo e delle falde acquifere. Una soluzione eco-compatibile sono le tecniche di manipolazione genetica mirate a ottenere una maggiore resistenza delle piante ai microbi ambientali, il cosiddetto miglioramento genetico, il cui limite applicativo consiste però nella scarsità di conoscenze sui geni che le piante sfruttano per attivare i meccanismi di difesa immunitaria.
Magi: "Paghiamo i tagli del passato, ora investire nella sanita'"

Il presidente dell'Ordine dei Medici di Roma, Antonio Magi, e' stato ospite negli Nsl Studios per partecipare a un dibattito sull'emergenza sanitaria che stiamo vivendo, insieme a Monica Lozzi, presidente del Municipio Roma VII, e Fabio Silo, ceo di Affidea Italia. Sanita' pubblica e privata, il ruolo dei medici di base e le proposte per cercare di fronteggiare questa grave pandemia sono stati i temi trattati.
"Stiamo vivendo una situazione particolare- ha detto Magi- Si sono mischiate le carte durante l'estate, ora abbiamo tanti positivi al Covid, fortunatamente molti sono asintomatici, mentre una parte ha bisogno di assistenza sanitaria e fortunatamente i numeri di terapia intensiva sono abbastanza bassi a Roma e siamo ottimisti sotto questo aspetto. Sicuramente abbiamo un problema per quanto riguarda l'assistenza a livello del territorio, perche' molti pazienti possono essere seguiti nei loro domicili o in strutture quali alberghi che in questo momento sono chiusi e nelle stanze possono essere assistiti per decongestionare i reparti ospedalieri sotto pressione".
Origine della dislessia, una nuova ipotesi legata al ritmo

Una ricerca di Milano-Bicocca formula una nuova ipotesi sulla relazione tra ritmo e dislessia. Lo studio di Milano-Bicocca, realizzato in collaborazione con l'Istituto Besta, è stato pubblicato su Scientific Report.
Milano, 4 novembre 2020 – Alle origini della dislessia ci sarebbe una difficoltà a elaborare il ritmo. Già vari ricercatori si erano accorti che il ritmo ha un ruolo nella dislessia, ma ora sono stati analizzati i motivi. La risposta che emerge dallo studio coordinato dall'Università di Milano-Bicocca è che il ritmo ci permette di prevedere il futuro immediato (circa mezzo secondo) e quindi di prepararci ad agire al momento giusto, requisito fondamentale per leggere fluentemente.
La ricerca, dal titolo "Timing anticipationin adults and children with Developmental Dyslexia: evidence of an inefficient mechanism", è stata coordinata da Maria Teresa Guasti, docente di glottologia e linguistica e da Natale Stucchi, docente di psicologia generale, entrambi del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, in collaborazione con l'Istituto neurologico Besta e con la dottoressa Elena Pagliarini, già dottoranda Bicocca e ora ricercatrice presso l'Università di Padova.
Focus tumori della pelle: il melanoma, di cosa si tratta e come prevenirlo?

Il melanoma è un tumore che colpisce la pelle o cute, l’organo che riveste completamente il nostro corpo. Tra tutti i tipi di tumori della pelle, è quello meno diffuso ma anche il più pericoloso perché può crescere velocemente e invadere anche i tessuti circostanti: l’incidenza è in continua crescita ed è addirittura raddoppiata negli ultimi 10 anni, soprattutto in età giovanile. Abbiamo chiesto alla Dott.ssa Evelyn Jasmin Paternò, specialista in Dermatologia e Venereologia presso i Poliambulatori Specialistici San Raffaele Termini e Tuscolana, di parlarci del melanoma, per spiegarci come prevenirlo e anche quali sono i segnali che possono aiutare a identificarlo.
“Il melanoma è un tumore che deriva dai melanociti, le cellule che producono la melanina. Nell’85% dei casi insorge sulla cute, mentre nella restante percentuale interessa le sedi extracutanee (apparato oculare, leptomeningi, pleura, mediastino, apparato digerente, peritoneo, tendini e aponevrosi). Il 75-80% del melanoma cutaneo insorge su cute sana, mentre la rimanente parte, si sviluppa su un neo preesistente o su lesione precancerosa (Armstrong and Kricker, 1994).
Secondo la classificazione di Clark (1967), modificata da Reed nel 1976 suddividiamo il melanoma in 4 varianti principali:
Melanoma a diffusione superficiale - è la forma più frequente, rappresentando il 60-70% di tutti i melanomi in pazienti caucasici;
Melanoma nodulare - rappresenta il 10% dei melanomi. Appare clinicamente come una lesione papulo-nodulare di colorito marrone-nerastro o anche parzialmente ipopigmentata, che talvolta si può ulcerare;
Lentigo Maligna Melanoma (LMM) - rappresenta il 10% dei melanomi ed insorge in pazienti dalla pelle bianca, tipicamente anziani in sedi foto esposte, come il viso ed il collo;
Melanoma acrale lentigginoso - è la forma più frequente in pazienti di origine asiatica (45-50%), mentre rappresenta il 5% delle forme in pazienti dalla pelle bianca ed è distinto, a seconda della sede, in palmare, plantare, subungueale e auricolare. Si manifesta clinicamente in varia maniera, da macchie lentigginose di colore marrone-nerastro a noduli iperpigmentati con ulcerazione”.
Scoperto un nuovo “termometro” per studiare temperature e clima passato del pianeta

L’Università di Pisa partner dello studio sull'Antro del Corchia in Toscana pubblicato sulla rivista Nature Communications
C’è un nuovo termometro per misurare e studiare le temperature e il clima passato del nostro pianeta. Si tratta del magnesio contenuto in particolari concrezioni, dette speleotemi, che si formano lentamente all’interno di piccoli laghi o pozze dentro le grotte. La scoperta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications e realizzato da un team internazionale guidato dai professori Giovanni Zanchetta del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e Russell Drysdale dell’Università di Melbourne. Alla ricerca hanno inoltre collaborato per parte italiana l’Istituto di Geoscienze e Georisorse CNR e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Pisa.
Verso un trattamento “chemio-free” per la leucemia acuta linfoblastica più comune degli adulti

Un gruppo di ricerca tutto italiano, coordinato da Robin Foà del Dipartimento di Medicina traslazionale e di precisione di Sapienza, ha dimostrato che una combinazione di terapia mirata a bersaglio molecolare e immunoterapia può fronteggiare con successo il tipo più frequente di leucemia acuta linfoblastica degli adulti, evitando la chemioterapia e i suoi pesanti effetti collaterali. I risultati dello studio, promosso dalla Fondazione GIMEMA, sostenuto dal 5 per mille di Fondazione AIRC e con il contributo di Amgen, sono stati pubblicati sulla rivista New England Journal of Medicine il 22 ottobre scorso. L’importanza del lavoro è stata sottolineata anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento durante la cerimonia dedicata a “I Giorni della Ricerca” di Fondazione AIRC al Quirinale il 26 ottobre.
Neandertal come noi: i loro neonati avevano gli stessi tempi di svezzamento dell’Homo sapiens

Dall’analisi di tre denti da latte appartenuti a bambini neandertaliani vissuti tra 70.000 e 45.000 anni fa nell’Italia nord-orientale emerge che il loro ritmo di crescita era molto simile al nostro: la scoperta porta ad escludere che uno svezzamento tardo possa essere tra le cause che hanno portato alla scomparsa di questa specie umana. Allo studio, pubblicato su PNAS, ha partecipato il Diet and ANcient TEchnology Laboratory della Sapienza
I Neandertal iniziavano lo svezzamento dei loro neonati intorno al quinto o sesto mese d’età, un periodo del tutto simile a quanto avviene per l’uomo moderno. La scoperta deriva dal lavoro di un gruppo internazionale di ricerca che ha realizzato analisi geochimiche ed istologiche su tre denti da latte appartenuti a bambini di Neandertal vissuti tra 70.000 e 45.000 anni fa nell’Italia nord-orientale.
Influenza, vaccinare i bimbi ci aiuterà anche a gestire meglio Covid-19

Nell'imminente stagione influenzale è probabile che i virus dell'influenza classici si diffondano sovrapponendosi al nuovo coronavirus SARS-CoV-2, responsabile della Covid-19. Il rischio di non riuscire a distinguere tra un'infezione e l'altra non è solo un problema per il sistema sanitario, che potrebbe andare incontro ad un inutile sovraccarico; ma ha anche un forte impatto sociale, soprattutto per i più piccoli, dato che i bambini rappresentano la fascia con il maggior indice di contagio per l'influenza. Le misure di prevenzione attuali, tra le altre cose, prevedono di sospendere le attività scolastiche in caso di sospetto contagio: una situazione che sarebbe molto problematica, anche per l’impatto che l’isolamento sociale e scolastico prolungato potrebbe avere sullo sviluppo delle competenze nei bimbi. Vaccinarsi contro l'influenza è un possibile aiuto: ne abbiamo parlato con Paola Marchisio, direttore della Pediatria ad Alta Intensità di Cura del Policlinico di Milano.
Quali sono i rischi dell'influenza nei bambini?
La diffusione dei virus influenzali generalmente raggiunge il picco all’inizio del mese di febbraio, colpendo soprattutto la popolazione in età pediatrica (0-4 anni e 5-14 anni) e, tra questi, in particolar modo i bimbi più piccoli. Molti studi hanno dimostrato che i bambini sotto i 2 anni di vita hanno un rischio aumentato di sviluppare una malattia grave, così come i bimbi colpiti da immunodeficienza e/o con malattie respiratorie croniche. Tuttavia, forme gravi di influenza si possono verificare anche in persone sane.
N20, una crescente minaccia per il clima

Budget di N2O per il periodo 2007-2016. Le frecce colorate rappresentano i flussi di N2O (in Tg N /anno) da fonti antropogeniche (giallo), emissioni da fonti naturali (verde), fonti e consumi atmosferici (blu). Modificato da Tian et al. 2020, Nature.
Una ricerca internazionale dimostra che negli ultimi decenni le emissioni del protossido di azoto, potente gas serra causato principalmente dall’uso di fertilizzanti in agricoltura, stanno crescendo a ritmi sostenuti con il rischio di compromettere gli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi. Lo studio, pubblicato su Nature, ha visto la partecipazione dell’Istituto di scienze marine del Cnr
Il crescente utilizzo di fertilizzanti azotati in agricoltura ha provocato, negli ultimi decenni, un’impennata della concentrazione atmosferica di protossido di azoto (N2O), il terzo gas serra di lunga durata più importante dopo l’anidride carbonica (CO2) e il metano (CH4), che contribuisce alla riduzione dell'ozono stratosferico. Se il trend dovesse proseguire a ritmi così sostenuti, l’aumento della temperatura media globale potrebbe sforare ben oltre la soglia dei 2°C stabilita dagli accordi di Parigi 2015. È quanto dimostra uno studio pubblicato su Nature, coordinato dalla Auburn University (Alabama, Usa), sotto l'egida del Global Carbon Project e della International Nitrogen Initiative, che ha coinvolto scienziati di 14 Paesi e 48 Istituti di ricerca, tra cui l’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar).
Sindrome di Pitt-Hopkins: all’Università di Pisa un progetto di ricerca studia le mutazioni del gene TCF4

Ricercatrici del Dipartimento di Biologia cercano risposte alla rara patologia cranio-facciale che colpisce i bambini
Generare nuovi modelli per studiare gli effetti di tre mutazioni del gene TCF4 che causano la sindrome di Pitt-Hopkins, una rara patologia cranio-facciale che colpisce i bambini. È questo l’obiettivo di un progetto di ricerca coordinato dal Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa che è stato finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del Consorzio Solve-RD, “Solving the unresolved rare diseases”. Il team di ricerca è composto dalla professoressa Michela Ori, responsabile del progetto, dalla dottoranda Miriam De Sarlo e dalla ricercatrice Chiara Gabellini. Partner della ricerca è il Centro Ospedaliero Universitario di Digione, in Francia, coordinato dal professor Antonio Vitobello.
Le ricercatrici utilizzeranno biotecnologie molecolari e tecniche di gene editing su modelli oggi ampiamente impiegati negli studi di biomedicina – come le larve del pesciolino Danio rerio (zebrafish) e della rana Xenopus laevis – per capire come queste mutazioni creino difetti nello sviluppo embrionale. Obiettivo finale è generare modelli ad oggi non esistenti su cui testare eventuali interventi terapeutici e che potranno essere utilizzati da tutta la comunità scientifica per studiare più approfonditamente le patologie associate a mutazioni in questo gene.
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